L’analisi del voto referendario si tinge di amarezza e determinazione. Il mancato raggiungimento del quorum non cancella il significato politico e sociale di una mobilitazione che ha riportato al centro dell’agenda due grandi temi dimenticati: la dignità del lavoro e il diritto alla cittadinanza. Mentre la maggioranza di governo esulta, le opposizioni denunciano un’occasione mancata per l’intero Paese e promettono di proseguire la battaglia nei parlamenti e nelle piazze.
«Speravamo in un risultato diverso, è inutile nasconderlo. Ma oggi non c’è una parte politica che vince: oggi purtroppo, è l’Italia a perdere», ha scritto sui suoi profili social Chiara Appendino, vicepresidente del Movimento 5 Stelle, all’indomani del voto. La sua è una riflessione amara ma combattiva: «I problemi veri restano. Il lavoro povero, la precarietà che consuma il futuro, le morti bianche nell’indifferenza generale. Chi oggi festeggia finge di non vedere questo dolore, ma noi lo ascoltiamo ogni giorno nei mercati, nei quartieri, davanti alle fabbriche. Ed è da lì che ripartiamo».
Appendino rilancia le priorità del M5S: salario minimo legale, legge Olivetti per imprese più eque, “patente a punti” per la sicurezza sul lavoro, abolizione degli stage gratuiti e dei subappalti a catena, superamento del Jobs Act. «Vogliamo un’Italia in cui il lavoro restituisca dignità, non la tolga. Un’Italia di lavoratori liberi, non di schiavi invisibili», conclude.
Dalla segreteria nazionale del Partito Democratico, il tono è simile: ferito ma determinato. Marwa Mahmoud, responsabile per la Partecipazione, si rivolge soprattutto a quei giovani nati e cresciuti in Italia senza pieni diritti: «Non ci lasceremo vincere dalla delusione. Se una battaglia è giusta, va combattuta indipendentemente dall’esito. Ringraziamo i quasi 15 milioni di italiani che hanno resistito al boicottaggio del governo e hanno scelto di votare. È un patrimonio di democrazia che non vogliamo disperdere».
Anche Marina Sereni, della segreteria PD, difende la portata del risultato: «Hanno votato per cambiare le leggi più persone di quante hanno legittimato il governo attuale. La destra sbaglia a esultare: l’astensionismo è un fallimento per la democrazia, non un trionfo».
Il fronte progressista accusa apertamente l’esecutivo di aver sabotato la consultazione. Duro il giudizio di Alfredo D’Attorre: «Norme anacronistiche in materia di lavoro e cittadinanza rimangono in vigore. Il governo ha scommesso sull’astensione, mentre ogni forza politica responsabile dovrebbe preoccuparsi di rivitalizzare la partecipazione democratica. I 14 milioni che hanno votato sono una riserva di cambiamento che noi valorizzeremo».
Marta Bonafoni, coordinatrice PD per il Terzo Settore, vede in quei milioni di votanti una base concreta per costruire l’alternativa: «Il centrosinistra deve ripartire da loro, da chi chiede politiche nuove per lavoro e diritti».
A colpire molti è stata anche la scarsa copertura mediatica della campagna. Marco Furfaro non usa mezzi termini: «Il servizio pubblico ha ridotto l’informazione al minimo. E il governo ha mostrato disprezzo per i cittadini che hanno votato. Ma più persone di quante hanno eletto Meloni hanno detto sì ai referendum. La destra irride più italiani di quanti ne rappresenti. Questo è grave».
Camilla Laureti, europarlamentare e componente della segreteria dem, aggiunge: «Ci siamo battuti in condizioni difficilissime, ma con coraggio. Lo rifaremmo altre cento volte, perché crediamo nelle ragioni di questa battaglia: i diritti del lavoro e della cittadinanza toccano la vita quotidiana delle persone».
Il referendum non ha centrato il traguardo del quorum, ma ha tracciato una linea politica netta tra chi punta sull’indifferenza e chi invoca partecipazione. In fondo, dicono i promotori, i 14 milioni di voti raccolti in condizioni ostili valgono più di una sconfitta: sono una promessa di futuro.
