TREVISO – Una frase pronunciata davanti all’intera classe ha scatenato l’indignazione di una famiglia e acceso i riflettori sul clima educativo in un istituto primario paritario della provincia. Al centro della polemica, una maestra che, rivolta a un alunno di quinta elementare, avrebbe detto con tono esasperato: “Sono stufa dei tuoi errori. Se continui così, per me puoi pure stare a casa”.
Parole che hanno colpito il bambino come un colpo dritto allo stomaco. A raccontare l’episodio sono stati i genitori, che denunciano una gestione dell’insegnamento “da scuola punitiva del secolo scorso”, e non esitano a parlare di “umiliazione pubblica”.
Il caso: una lezione che si trasforma in condanna
Tutto sarebbe accaduto nel corso di un’esercitazione di grammatica. L’alunno, già in difficoltà nelle settimane precedenti, avrebbe commesso alcuni errori ritenuti dalla docente “inaccettabili” per l’età e il percorso scolastico. Da qui la reazione, ritenuta sproporzionata, della maestra.
Secondo quanto riferito dalla famiglia, il bambino sarebbe stato costretto a saltare la ricreazione, rimanendo in piedi in un angolo della classe “in segno di punizione”. Un provvedimento educativo che, oltre a essere vissuto con grande frustrazione dal piccolo, ha lasciato perplessi anche altri genitori, preoccupati per un metodo pedagogico che sembra dimenticare il rispetto dell’individualità e della crescita emotiva.
L’accusa dei genitori: “Educazione o mortificazione?”
«Nostro figlio è uscito da scuola in lacrime. Non è accettabile che un bambino venga trattato in questo modo solo perché fa fatica in una materia. Non siamo contrari alla disciplina, ma questa è mortificazione, non educazione», dichiarano i genitori, che ora chiedono un confronto con la direzione dell’istituto.
«Non vogliamo crocifiggere nessuno, ma pretendiamo che a scuola si lavori per costruire fiducia, non per distruggere l’autostima. Nostro figlio ora ha paura di andare in classe».
La scuola prende tempo: “Valuteremo l’accaduto”
L’istituto, raggiunto telefonicamente, non ha ancora rilasciato una posizione ufficiale, ma fonti interne confermano che la vicenda è oggetto di valutazione da parte della dirigenza. La docente coinvolta, molto esperta e in servizio da anni, per ora non ha commentato. Nessun provvedimento disciplinare è stato adottato al momento, ma è possibile che venga convocato un incontro con la famiglia nelle prossime ore.
La voce degli esperti: “L’empatia non è un optional”
Sul caso intervengono anche psicologi dell’età evolutiva e pedagogisti, sottolineando quanto le parole degli adulti possano incidere in modo profondo sul benessere psicologico dei bambini.
«Le frasi che screditano o che alludono a un’esclusione sociale – come quella pronunciata dalla docente – possono risultare devastanti per l’autostima. Anche quando dette sotto stress, vanno evitate. L’educazione efficace non si basa sull’umiliazione, ma sulla valorizzazione del potenziale di ogni bambino», spiega la psicoterapeuta infantile Laura Bianchi.
Un campanello d’allarme per la scuola italiana?
Il caso di Treviso riaccende il dibattito sul clima nelle aule e sul delicato equilibrio tra rigore didattico e approccio inclusivo. In un’epoca in cui la scuola è chiamata a essere non solo luogo di istruzione, ma anche di cura e relazione, episodi come questo interrogano insegnanti, dirigenti e famiglie.
La domanda resta aperta: cosa significa davvero “educare” un bambino in difficoltà? E, soprattutto, si può ancora tollerare che il prezzo della severità sia la paura di imparare?
