8 Luglio 2026, mercoledì
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Carburanti e lavoro, l’opposizione attacca: “Riforme fantasma e salari sempre più poveri”

Dalle accuse del M5S sullo stallo della riforma dei carburanti alle critiche del Pd sui dati Ocse: il governo sotto pressione tra promesse mancate e perdita di potere d’acquisto

Il nodo irrisolto della riforma dei carburanti e il progressivo impoverimento del lavoro tornano al centro del confronto politico, con le opposizioni che incalzano l’esecutivo su due fronti chiave dell’economia reale: il costo dell’energia e la qualità dell’occupazione.

A sollevare il caso in Commissione al Ministero delle Imprese e del Made in Italy è la deputata del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino, che punta il dito contro quello che definisce un “fallimento politico” accumulato in anni di immobilismo. Secondo l’ex sindaca di Torino, la riforma del settore carburanti — condivisa dagli operatori e potenzialmente in grado di attenuare l’impatto dei rincari sui cittadini — giace da quattro anni senza mai approdare al Consiglio dei Ministri.

Appendino non usa mezzi termini: le aperture del ministro Adolfo Urso su un possibile disegno di legge entro fine anno vengono bollate come “promesse di carta straccia”, mentre l’ipotesi di inserire solo parti della riforma nel ddl concorrenza viene interpretata come un rischio di frammentazione dannosa. “Basta teatrini”, incalza la deputata, sottolineando come la filiera sia già sul piede di guerra: le associazioni di categoria hanno proclamato lo stato di agitazione e non escludono uno sciopero nazionale.

Il timore, esplicitato con forza, è che il provvedimento venga spezzettato in una serie di interventi parziali — “un pezzo qui, un favore là” — svuotandone la portata strutturale e trasformandolo in una sequenza di misure di corto respiro. Un approccio che, secondo il M5S, finirebbe per penalizzare sia gli operatori sia i consumatori, lasciando irrisolti i problemi di fondo del mercato.

Sul fronte del lavoro, il Partito Democratico affida ad Antonio Misiani una critica altrettanto netta, ma costruita su dati macroeconomici. Il recente rapporto Ocse, osserva il responsabile Economia del Pd, smentirebbe la narrazione ottimistica del governo, che rivendica il calo della disoccupazione al 5%. Dietro il dato headline, infatti, si nasconde una dinamica ben più preoccupante: i lavoratori italiani sono sempre più poveri.

Il potere d’acquisto dei salari, secondo i dati citati, è crollato del 6,1% rispetto al primo trimestre del 2021, collocando l’Italia tra i peggiori Paesi dell’area Ocse, superata in negativo solo dalla Nuova Zelanda. Un dato che stride con l’andamento medio degli altri Paesi avanzati, dove nello stesso periodo le retribuzioni reali sono cresciute del 4,9%.

A pesare è anche la qualità dell’occupazione: tra il 2023 e il 2025 la produttività del lavoro ha registrato un calo costante, segnale di un’economia che crea posti soprattutto nei comparti a basso valore aggiunto e con salari contenuti. Un modello che, nel medio periodo, rischia di comprimere ulteriormente la crescita e la competitività del sistema.

Non meno critico il quadro occupazionale: il tasso di occupazione italiano, fermo al 62,8%, resta ampiamente al di sotto della media Ocse, con un divario di oltre nove punti percentuali. Ancora più allarmante è la condizione dei giovani tra i 15 e i 24 anni, per i quali si registra un arretramento dell’occupazione, segnale di un mercato del lavoro che fatica a integrare le nuove generazioni.

Le prospettive, infine, non offrono segnali di inversione: per il 2026 è attesa un’ulteriore contrazione dei salari reali dello 0,9%. Un elemento che rafforza la lettura del Pd: non basta creare posti di lavoro se questi non garantiscono stabilità e retribuzioni adeguate.

“Un Paese in cui si lavora ma si è più poveri non può essere raccontato come un successo”, è la sintesi politica di Misiani. La sfida, conclude, non è solo quantitativa ma qualitativa: costruire un mercato del lavoro capace di offrire occupazione dignitosa, salari equi e prospettive concrete, soprattutto per le nuove generazioni.

Due dossier diversi, ma un’unica linea di critica: senza riforme strutturali e interventi incisivi, il rischio è che promesse e dati positivi restino in superficie, mentre sotto si consolidano fragilità economiche sempre più profonde.

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