Una stretta autoritaria senza precedenti sui diritti civili scuote l’Unione europea. L’Ungheria guidata da Viktor Orbán ha approvato una legge che vieta le manifestazioni del Pride e colpisce direttamente la comunità LGBTQIA+, in particolare le persone trans e non binarie. Una decisione che ha sollevato una dura condanna da parte di Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, e di Alessandro Zan, europarlamentare e responsabile Diritti nella segreteria dem.
“Orbán oggi scrive una delle pagine più buie per i diritti che l’Unione europea abbia mai conosciuto”, ha dichiarato Schlein. “È gravissimo e inaccettabile che uno Stato membro vieti per legge i Pride, ledendo il diritto fondamentale di manifestare, con l’unico obiettivo di perseguitare la comunità LGBTQIA+. In particolare, le persone trans e non binarie, la cui identità e dignità vengono calpestate con un voto parlamentare. Le persone non si cancellano per legge. La diversità non si può vietare. Siamo davanti a una violazione palese dei diritti umani. Il Partito Democratico sarà sempre al fianco della comunità LGBTQIA+, in Ungheria come in Italia e in tutta Europa”.
Altrettanto netta la posizione di Alessandro Zan, che accusa Orbán di aver portato avanti una vera e propria campagna di repressione istituzionalizzata: “Ha riscritto la Costituzione per vietare i Pride, negare l’identità delle persone trans e persino schedare chi manifesta. È una persecuzione politica e culturale contro chi chiede soltanto il diritto di esistere. Non si tratta solo di una deriva autoritaria interna: è un attacco frontale all’idea stessa di Europa, alla democrazia, allo stato di diritto e ai valori fondanti dell’Unione”.
Zan punta il dito anche contro i leader della destra italiana: “Questo è il modello di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, che hanno scelto Orbán come alleato privilegiato. Un’Europa dei muri, dell’odio e del controllo. Di fronte a questa escalation, l’Unione europea non può più limitarsi a esprimere ‘preoccupazione’: serve un intervento forte, determinato e immediato da parte della Commissione”.
Il caso ungherese riaccende il dibattito sul rispetto dello Stato di diritto nei Paesi membri e sulla capacità dell’Unione europea di tutelare concretamente i diritti fondamentali delle persone, senza eccezioni né compromessi politici. Bruxelles è ora chiamata a una risposta decisa.
