L’escalation del conflitto tra Israele e Hamas ha raggiunto una nuova fase critica. Nelle prime ore di giovedì, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno abbattuto un missile diretto all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. L’attacco è stato rivendicato dagli Houthi, il gruppo armato yemenita filo-iraniano, che nelle ultime settimane ha intensificato il lancio di razzi verso il territorio israeliano.
Parallelamente, Israele ha avviato un’operazione di terra nel nord della Striscia di Gaza, aumentando la pressione militare su Hamas. Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato che le operazioni proseguiranno “senza sosta fino alla liberazione di tutti gli ostaggi”.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito la linea dura del governo: “Questo è solo l’inizio. D’ora in poi, i negoziati con Hamas avverranno solo sotto il fuoco delle bombe”. Il premier ha inoltre sottolineato il rischio di un’espansione del conflitto in Cisgiordania, affermando che Israele si sta preparando alla possibilità di un fronte più ampio in Giudea e Samaria.
Nel frattempo, cresce la tensione anche sul piano diplomatico. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha annunciato che Teheran risponderà “attraverso i canali appropriati” alla lettera inviata dall’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nella quale si invitava l’Iran a negoziare sulle proprie attività nucleari, minacciando altrimenti un intervento militare.
Sul fronte internazionale, la Casa Bianca ha confermato il pieno sostegno degli Stati Uniti a Israele. La portavoce Karoline Leavitt ha dichiarato che il presidente americano “sostiene completamente Israele e le azioni intraprese negli ultimi giorni”. Ha inoltre accusato Hamas di giocare “un gioco mediatico con le vite umane” per non aver rilasciato gli ostaggi detenuti a Gaza.
Mentre le operazioni militari si intensificano, cresce anche il malcontento interno in Israele. Migliaia di persone sono scese in piazza a Tel Aviv e Gerusalemme per protestare contro la gestione del governo Netanyahu, chiedendo un cambio di strategia e un ritorno ai negoziati.
L’evolversi della situazione resta incerto, ma con l’offensiva di terra in corso e le crescenti minacce regionali, il conflitto sembra destinato a proseguire su una traiettoria sempre più drammatica.
