15 Maggio 2021, sabato
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Elica chiude i battenti: la disfatta delle aziende italiane

a cura di Maria Parente

Elica , azienda italiana leader mondiale nel settore delle cappe a uso domestico attiva sul mercato dagli anni ’70, è la vittima sacrificale dell’ennesima crisi industriale: un brutto colpo che arriva all’improvviso cogliendo di sorpresa i lavoratori e i sindacati, mandando in esubero 400 dipendenti su 560, con delocalizzazione del 70 percento della produzione all’estero, a Jelcz-Laskovice, in Polonia, dove pure il gruppo è presente da qualche anno. Uno stabilimento, quello di Cerreto d’Esi, verrà chiuso, mentre un altro, quello di Mergo, lavorerà esclusivamente sui prodotti d’alta gamma. Solo Fabriano verrà risparmiata dalla mannaia. Un film già visto, la condanna già pronunciata per migliaia di aziende che tra esuberi, chiusure e delocalizzazioni si preparano a morte certa. Segnali di cedimento ben tangibili già negli ultimi anni :gli investimenti sulle fabbriche marchigiane del gruppo sono stati di circa 45 milioni di euro, con una perdita operativa di 21 milioni di euro. Il ridimensionamento di Elica si inserisce così nella già complessa situazione della zona industriale di Fabriano, fino a qualche anno fa popolata da multinazionali e capace di dare lavoro a decine di migliaia di persone e adesso cimitero degli elefanti in via di dismissione definitiva.

 La lotta alla sopravvivenza inizia da Napoli: i dipendenti della Whirlpool sono in mobilitazione permanente, si respira costantemente la paura di perdere il lavoro e di vedere il proprio territorio diventare un deserto, senza prospettive per il futuro. Ma anche in altre parti d’Italia gli operai sono in fermento, a difesa del loro posto ma anche della fabbrica, per evitare che la produzione cessi e sia spostata altrove. Accade ad Osnago, in provincia di Lecco: la torneria Voss vuole chiudere ma i 70 operai hanno fatto un picchetto da più di due settimane per scongiurare lo smantellamento di impianti e macchinari. Succede a Carpi, in provincia di Modena, dove i lavoratori della Goldoni sono da mesi in presidio per scongiurare che la proprietà cinese se ne vada senza spiegazioni. Avviene a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, alla Meridbulloni, dove 81 lavoratori serrano i cancelli per impedire che lo stabilimento chiuda e la produzione sia trasferita a Torino.

La crisi economica determinata dalla pandemia richiede strumenti nuovi che tengano conto del mutato contesto. Decine di migliaia di imprese già soffrono e le difficoltà si accentueranno nei prossimi mesi, quando cesseranno gli effetti della moratoria sui debiti bancari e verrà meno il blocco dei licenziamenti. D’altra parte, i sussidi pubblici non possono essere sufficienti e, soprattutto, non devono produrre il mantenimento in vita a ogni costo di imprese decotte. Il mercato italiano è composto prevalentemente da piccole industrie. Di fronte alla crisi, non disporranno di risorse sufficienti a procurarsi un’assistenza qualificata e la loro dimensione non è tale da poter loro assicurare la necessaria attenzione da parte dei creditori istituzionali. È necessario, quindi, che gli strumenti siano semplici e accessibili.

Secondo le stime di Banca d’Italia, il 12 per cento delle imprese è a rischio di sottocapitalizzazione. Ancora peggiori sono le analisi di Cerved, secondo cui il 6 per cento delle imprese è addirittura a rischio di insolvenza nel 2021, con tassi di sofferenza più acuti nel settore dei servizi e fra le piccole imprese.

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