A cura di Gilberto Borzini
In principio era l’agricoltura e i grandi proprietari terrieri che formavano l’aristocrazia. Poi quando gli artigiani meccanizzarono la forza lavoro e i commercianti crebbero fino a divenire mercanti e armatori, quelle categorie “borghesi” avviarono la Rivoluzione basando il mandato sulla “Dea Ragione”, su un modello logico, matematico e scientifico, avversando duramente le precedenti “superstizioni”.
La Rivoluzione industriale avviata ai tempi di fine ‘700 crebbe a dismisura con il motore a vapore: la campagna perse lavoratori, le città industriali crebbero come funghi, nacque la classe operaia, nacque un sottomondo che Marx definì del proletariato, e con quelle “classi” nacque la lotta di classe che opponeva ila redistribuzione del reddito alle forme costitutive del Capitale.
Fin qui tutto facile, tanto che per i successivi centocinquant’anni abbiamo continuato ad utilizzare le categorie marxiane, e le successive rielaborazioni lessicali, nella convinzione che a fronte dell’immutabilità delle regole di formazione del Profitto si mantenessero le derivate sociali e politiche.
Ma non è così o, almeno, non è più così.
Plus valore e lavoro
Il buon Marx, economista prima ancora che filosofo politico, sezionò la struttura formativa del Capitale individuando nel differenziale tra il costo dell’impiego salariato e il prezzo di vendita del manufatto la “plus valenza” generatrice del profitto, spesso sorvolando su altri costi industriali a partire dai costi di impianto, di approvvigionamento e di esercizio che nella sua prospettiva politica erano poco influenti individuando nella schiavizzazione dell’Uomo sull’Uomo la questione politica dirimente a giustificazione e sostegno della propria teoria.
Per maggiore sicurezza aggiunse a quella dinamica il “feticismo delle merci”, tale da annullare la comprensione del lavoro necessario alla produzione, e la sua necessaria retribuzione, in un’ottica di consumismo crescente.
Cosa potrebbe dire oggi lo stesso Marx osservando i modelli produttivi robotizzati, le fabbriche buie, la scomparsa della “classe operaia” nel mondo occidentale, i processi produttivi on-demand, e caratteristiche innovative assunte da logistica e distribuzione commerciale?
Forse resterebbe ancorato al concetto del “Feticismo delle Merci” e scatenerebbe le sue ire nei confronti di modelli produttivi che non prevedono l’intervento umano, generando così persino una maggior plusvalenza rispetto al passato.
Internet delle cose e urbanistica
La drastica riduzione dell’utilizzo di manodopera nelle fabbriche e la terziarizzazione a tappe forzate delle attività produttive di servizi dispongono oggi di un fenomenale alleato tecnologico che consente a chiunque di lavorare da ovunque in un formato “nomade” che attraverso la rete internet può comunque essere permanentemente connesso ai servizi necessari.
Malgrado la possibilità del “nomadismo” che consentirebbe di lavorare in luoghi ameni e rilassanti, assistiamo invece ad una nuova concentrazione urbana, simile a quella generata dalla Prima Rivoluzione Industriale come se solamente l’appartenenza ad una urbanizzazione consolidata e di immense dimensioni garantisse la possibilità di una continuità occupazionale e di accesso ad una moltitudine di servizi un tempo accessori che sembrano essere divenuti indispensabili.
Il “nomadismo digitale” è possibile ma riguarda, a conti fatti, una percentuale limitata di soggetti economici, alcuni impegnati nella scrittura di codici informatici, altri operanti in professioni specifiche quali scrittori, musicisti, giornalisti e artisti in genere.
Gli operatori finanziari, gli addetti alle Nuove Fabbriche del Valore, vengono concentrati in immensi spazi in cui i flussi valutari, azionari e commerciali si inseguono senza sosta.
Le Nuove Fabbriche del Valore
Mentre la concentrazione dell’offerta occupazionale avviene prevalentemente nelle grandi città, generando un nuovo processo di urbanizzazione di dimensioni sbalorditive e con processi sconvolgenti di crescita non diversi da quelli attribuiti alle metastasi, si genera un mercato speculativo immobiliare di proporzioni planetarie all’interno del quale gli spazi abitativi delle nuove megalopoli assumono valori difficilmente accessibili per gli operatori economici delle stesse città.
Il meccanismo generato determina una crescente, costante e famelica necessità di “credito”: credito al consumo, credito per l’accesso agli studi, credito commerciale, credito d’impresa, credito ipotecario per l’accensione di un mutuo, credito privato per l’accesso a specifiche cure mediche sono solo alcuni degli elementi più comuni di ricorso al credito, ed è proprio il Credito, con i suoi attributi assicurativi e speculativi, la Nuova Fabbrica del Valore.
Il punto panoramico di osservazione si è spostato, dai tempi di Marx ad oggi, dalla fabbrica di prodotti e manufatti alla fabbrica del valore finanziario trasferendo così la possibile ideologia marxiana dello sfruttamento da quella originaria dello “sfruttamento dell’Uomo sull’Uomo attraverso l’asservimento produttivo” all’attuale “sfruttamento del Capitale sul Consumatore attraverso la crescita del valore di consumo”, mantenendo in questa trasformazione il concetto di feticismo trasferito dal “prodotto” al “denaro”.
Concentrazione e Massa
La nuova dimensione dell’economia, favorita se non affermata dalle nuove tecnologie, definisce una rapida concentrazione del profitto in quote percentuali sempre più ridotte di popolazione, mentre la massa “potenzialmente nomade digitale” diviene “strutturalmente precariato esistenziale” dove lavori precari e discontinui vengono a loro volta resi critici dall’intervento di Agenti dell’Intelligenza Artificiale che sostituiscono l’operato umano trascinando migliaia di colletti bianchi e professionisti nel baratro spettrale della disoccupazione e dell’incertezza.
L’incertezza determinata dalla precarietà occupazionale e reddituale scatena a sua volta forme persino laceranti di individualismo in grado di richiamare alla memoria l’antica espressione latina “Mors tua, Vita mea”: non disponiamo allora più di una “classe media”, tanto meno di un proletariato, che potrebbe unirsi nella protesta, nell’agitazione, nella contrapposizione ad un modello tanto pervasivo quanto soffocante di sfruttamento, ma al suo posto troviamo una società atomizzata composta da singoli individui-monadi ognuno dei quali riproducente la realtà sistemica che avvolge la collettività senza però che quella omogeneità sia in grado di manifestarsi in forma collettiva, nella sempre più frequente impressione che la relazione sociale tipica dell’Uomo possa essere sostituita dalla connessione.
Il “proletariato unito” di memoria marxiana si è trasformato in un “debitariato atomizzato” contemporaneo: il proletariato si incontrava in fabbrica, discuteva e scendeva in piazza, il debitariato atomizzato scrolla compulsivamente e in perfetta solitudine il proprio palmare.
La scompasa dell’Ideologia
La rimodellazione degli elementi strutturali di cui ho cercato di comporre una sintesi estrema nei paragrafi precedenti indica anche lo sradicamento dei termini ideali, o filosofici, di fondo. Nel nuovo modello definito dal Profitto e dal Valore non è l’etica di vecchio stampo, quella che definiva le grandi categorie del Bene e del Male, ad essere operante bensì una nuova etica che divide il mondo tra Utile e Dannoso, tra Funzionale e Critico, affermando le scelte possibili non in una valutazione definita da un orientamento politico o ideale (ricchi contro poveri, ad esempio) ma attraverso la lettura delle categorie come coerenti o incoerenti rispetto al modello unico del Valore, un modello che ha aggregato al suo interno le antiche forme politiche della destra e della sinistra in un unico modulo economico e finanziario in cui le diverse parti si distinguono esclusivamente nell’orientamento di spesa pubblica, a favore di un gruppo economico piuttosto che a un altro gruppo concorrente in termini funzionali al credito elettorale che l’orientamento di spesa può generare.
In un contesto siffatto l’unica realtà politica che ancora si appella all’Etica sembra essere rimasta quella religiosa, anch’essa in rapida trasformazione dove l’aspetto teologico e metafisico originario lascia il posto ad una filosofia sociale generale e generica.
La classe del Debitariato
I cambiamenti in corso suggeriscono una rimodellazione sociale assimilabile alla struttura del formicaio o del termitaio, dove un’entità astratta impera protetta da una ristretta cerchia di soldati, e una moltitudine di operaie perennemente al lavoro porta ricchezza al termitaio senza disporre di alcun riconoscimento formale per la propria attività e azione.
La rimodellazione traduce quindi il passaggio dalle aspettative delle precedenti classi sociali, la Middle Class piuttosto che il proletariato pronto a utilizzare l’ascensore sociale tipico dei tempi di sviluppo economico “produttivo e manifatturiero”, in un “Debitariato” diffuso impegnatissimo a portare alla Fabbrica del Valore il suo proprio contributo comunque generato.
La struttura a termitaio dell’organizzazione sociale è particolarmente coerente con quella cultura post confuciania in cui il valore dell’individuo è affermato dalla qualità del contributo che apporta alla sua comunità, cultura che caratterizza l’esplosiva crescita dell’impero economico cinese e ben si coniuga con i fondamentali del comunismo centralista.
Ma la struttura a termitaio può ricollegarsi anche alle forme della Tecnocrazia post Platonica in cui un “gotha” di potere saldamente protetto dagli armati governa indisturbato in termini di pura funzionalità le forze dell’economia e i canoni delle relazioni sociali.
Si noti che né l’una né l’altra modalità necessitano più di un modello ideologico o filosofico di riferimento al di fuori del concetto di “Valore”, anche nella sua variante speculativa, che permea ormai ogni azione o idea.
Utile e Funzionale sostituiscono termini obsoleti come Noumeno e Fenomeno o di Bene e Male, in un nuovo deserto concettuale coerente con la centralità del Valore a cui tutti, nessuno escluso, sono chiamati a contribuire sotto il controllo massivo e diffuso dell’Intelligenza Artificiale che tutto vede, tutto sa e tutto controlla.

