19 Ottobre 2026, lunedì
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Il ritorno di Carneade

Ciclicamente all'interno del pensiero filosofico riemerge lo scetticismo, oggi più che mai fondamentale per affrontare la complessa rete di mistificazioni che circonda la realtà e le nuove prospettive introdotte dalla Super Intelligenza tecnologica.

L’ultimo a chiedermelo è stato l’infermiere che mi ha vaccinato. Saputi gli studi compiuti si è sollecitato nel domandarmi infine chi fosse Carneade, reso indimenticabile dal Don Abbondio manzoniano. Credo siano state oltre cento le persone che mi hanno posto la stessa domanda, quasi come se il vastissimo mondo del pensiero occidentale non avesse altri attori poco noti, e spesso interessanti. Ma tant’è: oggi il pensiero di Carneade deve essere rispolverato, riproposto e portato alle orecchie del vasto pubblico, anche se di scritto non lasciò nulla, abituato com’era a cambiare idea ogni due per tre, e le tracce del  suo filosofare sono state trasmesse da un suo discepolo cartaginese, tale Clitomaco.

Carneade fu il primo degli Scettici, gente che metteva in dubbio la Realtà e la possibile conoscenza del reale: possiamo al massimo affermare l’evidenza dei fenomeni, predicava, ma non comprenderli e il suo pensiero, date le condizioni della scienza nel secondo secolo avanti Cristo, non faceva una grinza. Di conseguenza se la Realtà è incomprensibile non può esistere alcuna Verità, ma al massimo una serie di opinioni prodotte dall’osservazione dei fenomeni. A loro volta le opinioni possono cambiare data la diversa fenomenologia dell’oggetto con cui ci possiamo confrontare e il rapporto con il nostro divenire, visto che le opinioni tendono a cambiare con il maturare dell’esperienza.

Oggi Carneade, con una testa così, dirigerebbe il CERN, e invece si colloca nei fondi di magazzino della filosofia.

Da Carneade a Russell

A sostenere lo scetticismo nella prima parte dello scorso secolo fu Bertrand Russell, straordinario divulgatore del pensiero critico, che applicò il modello ai sistemi economici, sociali e politici, alla loro inevitabile contradditoria formulazione, alla precarietà implicita. Non è possibile assuere un’Idea in forma di Idealismo o Idealità perché i fenomeni produttivi ed economici sono in costante trasformazione così come si trasformano le relazioni sociali e politiche.

In tre righe si propone, in sostanza, l’uccisione nella culla degli Ismi tradizionali degli ultimi due secoi che derivano dall’idealismo hegeliamo e dai suoi figliastri Marx e Nietzsche e relativi discendenti.

Ecco allora che lo Scetticismo diviene il centro da cui muoversi pe affrontare la contemporaneità alla luce del divenire dell’Intelligenza Artificiale.

Rifondazione filosofica

Nel modesto saggio “Etica della Sobrietà e spirito del neoliberismo” indicavo nel sottotitolo come sia necessario affrontare l’evoluzione sistemica dimenticando le filosofie tradizionali, in particolare facendo a meno di Marx, di Nietzsche e del meno noto, ma fondamentale, Max Weber, quello che scrisse “Etica protestante e spirito del capitalismo” a cui il mio titolo fa espresso riferimento.

Differenza fondamentale tra i due titoli è che per Weber l’etica protestante definisce la forma ideale del capitalismo mentre nel mio testo l’Etica della Sobrietà si pone in antitesi rispetto al neoliberismo, ma il fil rouge che attraversa i diversi ragionamenti è che le due strutture, la forma dell’economia e quella dell’etica, non possano essere disgiunte e che dall’una derivi l’altra in un rapporto strutturale che rasenta il reciproco parassitismo.

Come già ampiamente indicato dal materialismo storico sono i processi produttivi, innestati dalle nuove tecnologie, a modificare i processi economici e questi, a loro volta, modificano quelli sociali e politici. Banalmente parlare oggi di Classe Operaia, in un mondo occidentale sempre più deindustrializzato e robotizzato nelle aree produttive, risulta piuttosto contraddittorio: l’impronta filosofica tradizionale fu il frutto della Prima Rivoluzione Industriale e oggi stiamo entrando in quella Seconda Rivoluzione Industriale, dominata da algoritmi e computer quantistici, che destruttura l’esistente per proporre nuove possibili forme sociali, relazionali e, per default, politiche.

Ragionare secondo le formule del passato è manifestamente inutile se non addirittura controproducente.

Per quale Etica?

Erich Fromm domandava se il destino ultimo dell’Umanità fosse divenire più umani o più produttivi, e la domanda è ancora valida e aperta. La proposta economica in capo al neoliberismo opta a favore della produttività, mentre l’Enciclica di Papa Leone XIV “Magnifica Humanitas” afferma il sostegno a favore dell’umanità, fermo restando il dubbio dello scettico per il quale i contorni del concetto di “umanità” sono piuttosto vaghi e sfumati, e soggetti a modifiche radicali e improvvise. Perché il concetto di “Umanità” è un po’ come quello di “Amore”: tutti lo conosciamo, ma spiegarlo è un’altra cosa.

E poi l’Umanità ci ha presentato talmente tante forme di aberrazione e di violenza da porre in serio dubbio il concetto cristiano di Umanità partecipe e solidale, prevalentemente tesa a conservare risorse e vantaggi territoriali e tribali che non a scambiare e condividere: come a dire che di buoni samaritani ce ne sono sempre stati pochi e che il fare di rari esempi di “bontà e solidarietà” il concetto portante di “umanità” potrebbe definire basi molto instabili per un costrutto filosofico.

In questa logica torna ad emergere il pensiero di Carneade.

Se la consequenzialità degli elementi posti (sviluppo tecnologico, cambiamento produttivo, trasformazione economica, modellazione sociale, affermazione ideale, etica o politica) è corretta allora dobbiamo riflettere sulle modifiche che le nuove tecnologie apporteranno, e stanno già apportando, nella trasformazione economica, nella modellazione sociale e nell’Etica potenzialmente derivante.

Il che potrebbe anche significare l’inconsistenza e la puerilità dell’idea di applicare un’Etica nota e pregressa ad un divenire tecnologico di portata immensa che necessita di un’Etica diversa e rinnovata: si tratterebbe di un processo manifestamente contraddittorio che metterebbe in conflitto permanente il potenziale tecnologico con le regole etiche imposte dal di fuori, dall’apparato etico e normativo, una sorta di gabbia da cui l’AI proverebbe inevitabilmente ad evadere costantemente, come già sta dimostrando di sapere e volere fare.

Pensiero debole o Primazia?

L’ipotesi tracciata dalla filosofia di fine millennio esplicitava la possibilità di affermare un Pensiero Debole, ovvero adattativo, fluttuante, capace di assumere su di sé e in sé le correnti prevalenti del pensiero sociale, e questa corrente è ancora ampiamente diffusa nel mondo progressista europeo. Per contro gli orientamenti politici emersi nell’attuale decennio indicano una domanda di “Primazia” del pensiero, di un criterio dominante che assoggetti le altre forme ideali  attraverso regole manifeste e rigide applicazioni, primazia che trova applicazione nelle forme imperiali della geopolitica contemporanea.

All’interno degli Imperi è la visione strategica degli interessi imperiali a condurre la progettazione tecnologica e la nuova organizzazione sociale, mentre nel caso dell’attuale Europa dal pensiero debole è la tecnologia, con l’economia conseguente, ad indirizzare la modificazione sociopolitica di cui la politica operativa si limita, in qualche modo, a prendere atto.

In questa fase evolutiva, presumibilmente ancora all’alba di grandi processi di cambiamento e di ristrutturazione persino difficili da immaginare, la filosofia di Carneade e il suo scetticismo strutturale possono forse aiutarci a non compiere passi falsi verso direzioni sbagliate, soprattutto quando quelle direzioni evocano un’organizzazione sociale, economica  e politica che fu del passato e non è più né rinnovabile né affermabile.

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