13 Aprile 2021, martedì
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Lasciamo Draghi che governi

A cura di Giuseppe Catapano 

Sono passati pochi giorni da quando Mario Draghi ha ricevuto l’incarico di formare il governo, per l’esattezza 21 da quando ha sciolto la riserva e scelto i ministri, 20 dal giuramento, 16 dalla fiducia ricevuta dal Senato e 15 da quella della Camera. Ha sostituito il commissario all’emergenza pandemica, mettendo in campo Esercito e Protezione Civile, della quale ha nominato il nuovo capo così come quello della Polizia, ha messo al lavoro sotto la guida del Mef la squadra che dovrà riscrivere il piano per il Recovery, ha avviato interlocuzioni con l’Europa mettendo in campo tutta l’autorevolezza del suo capitale intellettuale .

Nell’esecuzione del piano vaccinale siamo maledettamente indietro: il numero dei vaccinati in Italia ha quasi raggiunto quota 3,5 milioni, di cui circa la metà con due dosi. Parliamo del 5,8% della popolazione, e il ritmo non ha mai superato la punta massima di 180 mila iniezioni al giorno. Troppo poco, considerato anche che abbiamo somministrato solo 5 milioni di dosi su oltre 6 milioni e mezzo che ci sono state fin qui consegnate dalle case farmaceutiche. E, dunque, chiunque vorrebbe che Draghi, oltre a voltar pagina nella strategia di aggressione del Covid – cosa che ha già fatto – fosse in grado di superare d’un colpo tutti gli ostacoli che fin qui si sono frapposti a farci ottenere i risultati che hanno ottenuto, chessò, Israele piuttosto che la Gran Bretagna. Ma anche per l’uomo che ha salvato l’euro, i prodigi sono di là da venire.

Nel pieno di una pandemia che ci ha travolto senza che fossimo capaci di domarla e di una recessione economica senza precedenti, ci capita il colpo di fortuna che a capo del governo un oscuro avvocato politicamente senza passato e senza idee lasci il posto a un “fuoriclasse” di fama mondiale come l’ex presidente della Bce, e già pochi giorni dopo il fausto evento cominciano le distinzioni, per eccesso e per difetto. È vero che la composizione del governo Draghi è lontano dallo standing del presidente del Consiglio, ma è sciocco pensare che esso potesse evitare di tener conto dei partiti da cui non solo sono dipesi i voti parlamentari per la sua nascita, ma da cui dipenderanno quelli per la sua continuità e – non meno importanti, anzi – anche quelli che tra meno di un anno serviranno per eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Eppure ci siamo già divisi tra chi si affida fideisticamente a Draghi come un onnipotente da cui attendersi veri e propri miracoli e chi ne è già deluso perché i miracoli non sono arrivati nelle sue prime settimane a palazzo Chigi.

Se invece ci sforzassimo di restare con i piedi ben piantati per terra, ci accorgeremmo che una vera e propria rivoluzione è già in atto, da ultimo certificata dalle dimissioni di Zingaretti da segretario del Pd. Parlo della fine dell’epoca dell’immobilismo, o se si vuole del governismo senza governabilità, inaugurato con i risultati delle elezioni politiche del 2018, e che ha consentito ad un medesimo presidente del Consiglio di guidare due maggioranze opposte, a favore del ritorno della politica, laddove per essa s’intenda nello stesso tempo l’assunzione di responsabilità in una fase di assoluta emergenza (l’unità, o almeno la convergenza, nazionale) e il riaccendersi di una sana dialettica priva di sponde e di approdi populisti (il riarticolarsi dei partiti e dello stesso sistema politico) che costringa a riscrivere le regole del gioco.

Ecco, al di là dei successi che riuscirà a ottenere sul terreno delle “tre emergenze” che ci angustiano (sanitaria, economica e sociale), il doppio metro con cui misurare i risultati del governo Draghi: da un lato la capacità di assicurarsi la tenuta – prima di tutto quella parlamentare, ma anche quella politica – della maggioranza; dall’altro, l’effetto indotto di riuscire a provocare un vero e proprio sconvolgimento della politica, uno choc salutare dopo aver toccato il fondo fino al punto da mettere in pericolo la stessa democrazia. Cose di non poco conto, è bene capirlo anche se possono sembrare astrali rispetto ai vaccini, ai ristori, agli investimenti per lo sviluppo. 

Perchè Draghi, tra 11 o 24 mesi, passerà – e anche se dovesse andare al Quirinale, ipotesi più che probabile, comunque non sarebbe più la stessa cosa – e noi ci ritroveremo a dover fare i conti con la “normalità”. E fa una differenza enorme se in quel momento avremo nel frattempo posto le basi di un nuovo, più moderno e funzionale sistema politico, o se al contrario ci ritroveremo al punto di partenza, senza più nemmeno avere sottomano un altro Draghi per la bisogna.

Ha ragione Massimo Cacciari nello stigmatizzare l’esercizio della retorica sui rinascimenti attesi, e nel dirsi convinto che Draghi sia perfettamente consapevole dei concretissimi e limitati fini che sono alla portata della sua azione. Ma ha nello stesso tempo hanno anche ragione sia Antonio Polito, quando incita il Parlamento a sfruttare questo raro momento di coesione per fare le riforme istituzionali che servono ad aprire una nuova fase costituente, sia Carlo Galli, quando dice che le circostanze favoriscono il ritorno dello Stato, non nella logica assistenzialista che finora lo ha caratterizzato, minandone la credibilità, ma nella sua originaria funzione primaria di garanzia di difesa dei cittadini, a cominciare dalla tutela della vita minacciata dalla pandemia. Ma Parlamento e Stato camminano sulle gambe delle  forze politiche e le istituzioni. Ecco perché va salutato con estremo favore quanto sta accadendo dentro i partiti, premessa indispensabile per archiviare la maledetta trimurti del declino italico: il populismo politico, il peronismo economico e il giustizialismo civile .

Ecco perché il polemico “non ci sto più” di Zingaretti, inquadrato nel contesto della crisi dei partiti e del sistema politico che l’avvento di Draghi ha reso palese, è l’occasione, fin qui insperata, che si metta fine all’incestuosa coabitazione di riformisti ed ex massimalisti riconvertiti populisti. Basterà che i primi prendano atto che il disperato votarsi dei pentastellati al demiurgo avvocato Conte – cui Zingaretti, ammaestrato da Bettini, ha persino concesso l’aureola di federatore della sinistra –  rappresenta la goccia che fa traboccare il vaso, e battano la strada di una “costituente riformista”, come sempre Bentivogli suggerisce. 

 Fatto certo e tutti debbono prendere atto che la nascita del governo Draghi rade al suolo un modo di far politica che ci ha portato nei guai dai quali ora si spera (e per certi versi si pretende) che lo stesso Draghi ci cavi. Chi lo capisce e si mette in condizione di adeguarsi, si salverà e sarà protagonista del dopo Draghi. Gli altri, con buona pace di tutti, finiranno nel dimenticatoio. Se questa “rivoluzione” accadrà nonostante lo scetticismo di Qualche mente pensante – per carità, avendo solide argomentazioni a suo sostegno – Draghi, pur essendone solo il detonatore involontario, ne godrà in modo significativo perché potrà fare cose che altrimenti gli sarebbero impedite dal sistema politico arroccato. E di conseguenza ne godrà il Paese. Se invece non si prenderà atto di quanto è successo, se il Pd respingerà vigliaccamente le dimissioni del suo segretario, se il movimento pentastellato finirà per riappattumarsi intorno al demagogo con la laurea, se la Lega continuerà a non discutere e il centro-destra a fingersi uno e trino, allora la prossima legislatura si aprirà con la troika arrivata a commissariarci. E magari con un militare a palazzo Chigi.

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