12 Aprile 2021, lunedì
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La nuova frontiera dell’Atlantismo

All’indomani dello stop alle tendenze isolazioniste che avevano caratterizzato, come marchio di fabbrica indelebile, la politica estera di Trump, l’approdo alla Casa Bianca del democratico Joe Biden ha sicuramente segnato il ritorno, sotto il profilo internazionale, alla politica della cooperazione e della concertazione con i principali e tradizionali alleati.

Se negli ultimi anni si era assistito, così, a un sostanziale impoverimento di tutte le organizzazioni intergovernative dedite alla cooperazione internazionale e in particolar modo della NATO, ritenute inutili e dispendiose dal tycon, oggi con Biden presidente, in nome del rinnovato spirito collaborativo se ne tenta, senza indugio, di riportarle all’antico smalto.

Prende corpo, in altri termini, il tentativo di rilancio del cosiddetto atlantismo come disegno globale di sistemazione degli equilibri di potere nello scacchiere internazionale. Ritornando in auge lo storico progetto di costruire un mondo sotto l’egemonia occidentale e sotto il predominio a stelle e strisce frutto di un’intensificazione delle relazioni tra Stati Uniti e il resto del mondo occidentale.

Atlantismo: da concetto desueto a concetto attuale.

Il termine atlantismo divenuto da qualche anno desueto è stato rilanciato con vigore dal neopremier Mario Draghi in occasione del suo insediamento. Anzi, con ogni probabilità il richiamo a questo concetto è sembrato quello più deciso come vero e proprio principio ispiratore delle future mosse di governo in materia di politica internazionale.  Un ancoraggio solido e stabile a un modo ben preciso d’intendere non solo i rapporti di forza tra le diverse potenze mondiali ma anche e soprattutto una linea programmatica da seguire in ossequio a consolidate e tradizionali alleanze, modulate sulla condivisione di principi su cui costruire l’ordine mondiale. Una rinnovata conferma di una tradizione di politica estera che negli ultimi anni risultava quanto meno offuscata dagli accordi presi con la Repubblica popolare cinese, quindi con una delle due potenze economiche, insieme alla Russia di Putin, che dovrebbero risiedere al di fuori dello stesso atlantismo almeno nell’accezione statunitense.

G-7 e la necessità di un ripensamento dell’egemonia atlantica.

Sul punto, Il G-7 di qualche giorno fa, induce a ritenere che sia in atto a livello mondiale una sorta di ripensamento del concetto di atlantismo almeno come principe cardine ispiratore della politica estera degli stati occidentali.  Sebbene la riunione fosse prevalentemente incentrata sulle urgenze sanitarie non è sfuggito l’intenzione di ribadire che la costruzione di un equo sistema economico globale passa necessariamente attraverso il contributo di una grande potenza come la Cina e l’interlocuzione con tutti gli stati del G-20.

Come questo criterio potrà uniformarsi con un concetto di mondo incentrato sulla predominanza dei paesi atlantici, sotto la guida degli Stati Uniti e il boicottaggio di Cina e Russia è tutto da vedere.

Non v’è dubbio che ormai, nel periodo attuale, se ci si vuole richiamare compiutamente al paradigma dell’Atlantismo, occorre necessariamente adattarlo ai mutati equilibri di forza che caratterizzano lo scacchiere internazionale. Non sarà possibile soprattutto disconoscere che anche per quanto riguarda la politica estera dell’Unione Europea la Cina rappresenta un interlocutore non solo credibile ma anche, per buona parte, indispensabile. Se si considera che gran parte della politica estera europea si basa sulle scelte della Germania e che la stessa Germania ha intensificato, nel corso dell’ultimo decennio, i rapporti sia con la Russia, per una questione energetica, sia con la Cina considerata come sbocco commerciale della sua produzione, si capisce bene che ci saranno difficoltà per il futuro ad accogliere nei termini americani l’atlantismo.

Quello a cui si assiste oggi è una convivenza forzata due modi d’intendere lo stesso concetto di atlantismo, uno americano in cui si mira a delimitare un  perimetro atlantico riservato ai soli stati caratterizzati dall’economia di mercato e dalla democrazia liberale e quello europeo dove si sfugge dall’idea di blocco, e pur confermando  la leadership statunitense come partner privilegiato non si chiude la  porta al dialogo costruttivo anche con chi incarna forme di stato e regimi che poco hanno a che fare con la democrazia. Del resto in un mondo in lungo e in largo dominato dalle valenze economiche e del tutto de-ideologizzato non può far meraviglia che anche sotto il profilo della politica estera le modalità di scelta siano rigidamente asservite alla logica del ritorno economico.   Quanto potrà resistere questa duplice forma di atlantismo senza pestarsi i piedi è tutto da verificare soprattutto quando sarà il momento in cui qualche stato sarà costretto a rinunciare a questo ritorno economico in nome dell’antico patto atlantico sul quale, per buona parte, si è costruito questo mondo

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