3 Ottobre 2026, sabato
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Libia, attivisti italiani fermati e trasferiti a Bengasi: “Trattati da clandestini”

Facevano parte della carovana umanitaria diretta a Gaza: accusati di ingresso illegale, rischiano espulsione. La Farnesina segue il caso, tensione con le autorità della Cirenaica

Due italiani arrestati, ammanettati a un checkpoint e trasferiti a Bengasi con l’accusa di ingresso illegale: è il nuovo sviluppo, dai contorni ancora opachi, della vicenda che coinvolge la Global Sumud Flotilla, la carovana umanitaria internazionale diretta verso Gaza attraverso il Nord Africa.

I protagonisti sono Domenico Centrone, 33 anni, originario di Molfetta, e Dina Alberizia, 67enne pensionata astigiana. Entrambi facevano parte del gruppo di terra impegnato nelle trattative per consentire il passaggio del convoglio attraverso la Libia. Secondo le prime ricostruzioni, sarebbero stati trattati come “immigrati clandestini” dalle autorità locali e trasferiti nella città di Bengasi, dove potrebbero essere sottoposti a procedimento per direttissima e successivamente espulsi dal Paese.

Il fermo e il trasferimento

L’arresto sarebbe avvenuto nei pressi di Sirte, punto nevralgico lungo la linea di frattura che divide la Libia occidentale, sotto il controllo del Governo di unità nazionale di Tripoli, dalla Cirenaica orientale, area di influenza dell’Esercito nazionale libico guidato dal generale Khalifa Haftar.

Centrone e Alberizia facevano parte di un gruppo di dieci attivisti fermati mentre tentavano di negoziare il transito del convoglio. Le immagini e le testimonianze raccolte parlano di persone ammanettate durante un controllo, in una fase già delicata delle trattative con le autorità locali.

La carovana bloccata

La Global Sumud Land Convoy è composta da circa trenta mezzi, tra cui cinque pullman con oltre 300 operatori umanitari, quindici ambulanze e dieci camion carichi di beni di prima necessità e moduli abitativi. L’obiettivo è raggiungere la Striscia di Gaza via terra, attraversando l’Egitto dopo il passaggio in Libia.

Nonostante accordi preliminari che avrebbero dovuto garantire il transito, il convoglio è rimasto bloccato per giorni nell’area di Sirte, senza riuscire ad accedere alla parte orientale del Paese. Secondo fonti vicine agli organizzatori, sarebbe stato proprio il generale Haftar a opporsi al passaggio, prima rallentando i negoziati e poi determinando lo stallo definitivo culminato con il fermo degli attivisti.

Il nodo politico

La vicenda si inserisce nel quadro complesso della frammentazione libica, dove autorità parallele esercitano il controllo su porzioni di territorio e i margini di manovra per attori internazionali e organizzazioni civili restano estremamente ridotti. Il passaggio tra le due aree di influenza – Tripoli a ovest e Bengasi a est – rappresenta uno dei punti più critici per qualsiasi iniziativa sul terreno.

La posizione italiana

La Farnesina, attraverso l’Unità di crisi, ha avviato verifiche immediate e sta seguendo il caso in stretto raccordo con le rappresentanze diplomatiche. Al momento, tuttavia, non risultano comunicazioni ufficiali da parte delle autorità della Libia orientale né chiarimenti formali sullo status giuridico dei due italiani fermati.

Resta alta la preoccupazione per le condizioni dei due connazionali e per l’evoluzione di una vicenda che, da missione umanitaria, si è rapidamente trasformata in un caso politico e diplomatico.

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