26 Novembre 2020, giovedì
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La strage di Via Caravaggio: un mistero (ir)risolto

Nella vasca da bagno, i corpi di un uomo, di una donna e di un cagnolino. Avvolto in un lenzuolo, sul letto matrimoniale, quello di una ragazza di 19 anni.

Fu questa la macabra scena che si ritrovarono davanti gli inquirenti, l’8 Novembre 1975, quando entrarono nell’appartamento al quarto piano di un grande palazzo di Via Caravaggio, a Napoli. Un caso che tempestò i programmi televisivi di cronaca nera nei decenni a seguire e che, ancora oggi, risulta irrisolto – o forse no.

Le vittime

Le vittime appartenevano tutte alla stessa famiglia:

  • Domenico Santangelo aveva 54 anni, era un rappresentante di vendita ed ex capitano;
  • Gemma Cenname, ex insegnante, aveva 50 anni, era la sua seconda moglie e lavorava come ostetrica;
  • Angela Santangelo era la figlia di Domenico ed impiegata dell’INAM;
  • il cagnolino era il loro Yorkshire Terrier, Dick.

Il malcapitato peloso era stato soffocato con una coperta – per evitare che allertasse il vicinato, si pensò -, mentre i Santangelo erano stati colpiti al capo da un’arma contundente (mai ritrovata) e, successivamente, sgozzati. Una ferocia inaudita, quella che si era abbattuta su di loro, su cui per anni gli inquirenti hanno cercato di fare luce.

Il principale indiziato

Il sospettato numero uno fu rintracciato in famiglia: si trattava di Domenico Zarrelli, nipote della Cenname, figlio di un giudice e fratello dell’avvocato Mario Zarrelli.

A suo carico una serie di indizi ed una testimonianza diretta che gli valsero, in primo grado, una condanna all’ergastolo; il movente venne identificato in uno scatto d’ira a seguito di un rifiuto della zia nell’elargigli uno dei tanti, troppi prestiti. Zarrelli, infatti, portava avanti una vita dissoluta fatta di donne e divertimento, sicuramente al di sopra delle sue possibilità economiche e foraggiata dalle importanti somme di denaro che la Cenname – seppur ostacolata dal marito – gli garantiva.

Ma in questa storia nera ci sono due grandi colpi di scena.

Dopo cinque anni di prigione – nei quali studiò e si laureò per diventare penalista -, il totale capovolgimento dei fatti: assolto con formula piena in cassazione, Zarrelli venne persino risarcito con una somma di quasi un milione e mezzo di euro.

Non ci sono mai stati altri indiziati, ma nuove indagini avvenute nel 2011 riuscirono a fare chiarezza su una serie di prove organiche che, negli anni ’70, non era stato possibile analizzare. Il DNA di Zarrelli venne trovato su alcuni reperti recuperati dalla scena del delitto e sino ad allora conservati: in base al principio del ne bis in idem, però, l’avvocato non ha potuto essere processato per lo stesso reato. Strenuamente difeso dal fratello e ormai ridotto su una sedia a rotelle, si disse ferito dalle insinuazioni: in fondo, affermò, il fatto che le sue impronte fossero in casa della zia non era la prova di nulla.

Eppure, c’è chi ha sempre giurato che lui, fra quelle mura, ci entrasse molto di rado, poiché poco benvisto dal resto della famiglia.

Sulla scia di queste incertezze incolmabili, nel 2015 la procura di Napoli ha chiesto l’archiviazione del caso.

a cura di Simona Vitagliano

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