26 Febbraio 2021, venerdì
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Keynes e l’arte dell’investimento

Keynes e l’arte dell’investimento

A cura di Rosita Santomauro

Incalcolabile, per un appassionato. Misurabile, per un mercante. Inestimabile, per uno storico dell’arte. Una domanda all’apparenza retorica, che coinvolgerebbe le tre figure in una potenzialmente infinita e accesa discussione. Su un aspetto, però, converrebbero: la difficoltà di attribuire un valore a un’opera d’arte. Soprattutto se si fa riferimento a quello economico.

Eppure quello che lega arte e denaro è un matrimonio antico quanto il tempo, soprattutto se l’opera viene vista anche come una forma di investimento. Già nel 1961 Richard Rush, in Art as an Investment, scriveva: “non è un peccato pensare a quanto un dipinto valga in termini di prezzo di mercato. Infatti, solo un uomo molto stolto comprerebbe un quadro senza comprendere a fondo il mercato e i prezzi dell’artista e della sua scuola”.

La componente economica nell’acquisto di un’opera d’arte era importante anche per John Maynard Keynes (1883-1946), economista britannico e padre della macroeconomia, tra i più influenti pensatori del XX secolo. Lo testimoniano le ricevute d’acquisto e le informazioni di corredo a tutte le opere della sua collezione. Originata grazie al teatro, la passione di Keynes per le arti lo porta fin da giovane a circondarsi di artisti, musicisti, attori e ballerini (nota la sua frequentazione con il circolo intellettuale del Bloomsbury Group; sposa Lydia Lopokova, famosa ballerina russa).

È nel 1908 che Keynes acquista il primo pezzo della sua collezione d’arte, reduce da un viaggio a Parigi con la madre durante il cui scopre l’impressionismo francese. Tuttavia, le prime opere raccolte sono sempre “ispirate da una personale conoscenza con l’artista, o dall’esempio della sua famiglia e dei suoi amici”. Affetti, come Duncan Grant e Vanessa Bell, che saranno i primi a regalare i loro dipinti a Keynes quando ne avranno occasione.

È su consiglio dei suoi amici artisti che nel 1918 l’economista, incaricato dal Tesoro Britannico di acquistare un’opera d’arte per la National Gallery di Londra, partecipa all’asta della collezione privata di Edgar Degas a Parigi. Keynes, però, non perde occasione e compra anche due quadri per la sua collezione personale (il Cézanne e il Delacroix qui mostrati).

Da quel momento, Keynes acquista diverse opere, quasi sempre sotto indicazione dei suoi fidati amici. Grazie a loro entreranno a far parte della collezione dipinti destinati a diventare capolavori, di artisti destinati a diventare leggenda: Matisse, Renoir, Picasso, Braque, Modigliani e molti altri. Il tutto riuscendo a spendere una cifra tutto sommato modesta (irrisoria per i nostri giorni): 12,847 sterline.

Ora,le 135 opere della collezione sono stimate per un ammontare complessivo di 76,2 milioni di sterline (e questo solo per il valore di mercato, escludendo l’importanza storica della collezione nel suo insieme e la notorietà del suo proprietario).

Dopo la morte di Keynes e della moglie Lydia, la collezione viene donata al King’s College della Cambridge University ed è ora esposta al Fitzwilliam Museum. Negli anni a venire le opere sono oggetto di diverse valutazioni a scopi assicurativi o di ricerca: i valori raccolti permettono di tracciare uno storico sull’apprezzamento dei singoli dipinti nel tempo. Fino a che tre studiosi nel campo dell’economia e del mercato dell’arte non si pongono una semplice domanda: quanto ‘rende’ l’arte come investimento?Nel caso della collezione Keynes, quasi quanto un investimento in azioni.

I risultati delle analisi statistiche mostrano infatti come l’IRR della collezione (il tasso interno di rendimento, il tasso di attualizzazione che rende nullo il valore attuale di un investimento) sia del 6,1% se aggiustato all’inflazione dal 1908, data del primo acquisto, al 2019. Un rendimento che sottoperforma solo dello 0,2% quello di un investimento della stessa cifra e durata in azioni UK. E che, invece, sovraperforma del 3,7% rispetto alla scelta di investire in titoli di Stato UK.

Quella proposta dai tre ricercatori (David Chambers e Elroy Dimson della Cambridge University, Christophe Spaenjers della HEC Paris) è quindi un nuovo modo per valutare l’apprezzamento di un’opera d’arte nel tempo che restituisce una chiara fotografia di quanto l’arte possa essere un valido strumento d’investimento, soprattutto nel lungo periodo.

La metodologia si propone come alternativa e cerca di superare i limiti dei due modelli statistici attualmente utilizzati: quello della regressione edonica, che tiene in considerazione una serie di peculiarità del quadro per stimare un valore ipotetico, e quello dell’indice, che deriva una stima del valore ipotetico considerando la differenza tra i prezzi ottenuti nei precedenti passaggi in asta dell’opera.

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