17 Aprile 2021, sabato
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Strage via d’Amelio: “La borsa di Borsellino? La trovarono nell’ufficio di La Barbera”

A cinque giorni dal 22esimo anniversario della strage di via d’Amelio, in cui persero la vita Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, nuova udienza del processo Borsellino quater in corso di svolgimento a Caltanissetta. A deporre Fausto Cardella, oggi procuratore a L’Aquila, nel 1992 applicato proprio nella città nissena.

Sapevamo che Borsellino aveva una borsa ma non sapevamo dove era finita. La trovarono, abbandonata su una poltrona, a Palermo, nell’ufficio del capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera. Posso escludere che al suo interno ci fosse l’agenda rossa“. In poche parole i protagonisti di una pagina oscura della trattativa stato-mafia. L’agenda rossa, scomparsa dal luogo della strage, contenuta nella borsa del magistrato che qualcuno tirò fuori dai rottami dell’auto. Borsa poi ‘abbandonata’ nell’ufficio di Arnaldo La Barbera. Chi è La Barbera?

All’epoca vicequestore di Palermo, capo della squadra Mobile, nel capoluogo siciliano dal 1988, già collaboratore di Falcone e coinvolto nelle indagini su via d’Amelio. Prima di Palermo aveva diretto la Squadra Mobile di Venezia (1976-1988). Nel 1994 viene messo a capo della Questura del capoluogo siciliano. Nel 1997 a Napoli, due anni dopo a Roma, poi a capo dell’UCIGOS (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali), indicato come uno dei responsabili del blitz alla scuola Diaz durante il G8 di Genova (“ero d’accordo sul blitz, ma giunto sul posto lo sconsigliai per lo stato di tensione che ho percepito” dichiarerà nei giorni successivi), muore nel 2002.

Già nel settembre del 1992 la Procura di Caltanissetta, guidata all’epoca da Giovanni Tinebra, riteneva di aver chiuso il cerchio sui responsabili della strage per merito del presunto pentito Vincenzo Scarantino, un delinquente di piccolo cabotaggio, ritenuto addirittura uno degli esecutori materiali. Tesi sostenuta dal pool investigativo guidato da La Barbera. Nonostante le evidenti contraddizioni, la scarsa caratura criminale di Scarantino e le ritrattazioni, sulle sue dichiarazioni viene scritta una presunta verità giudiziaria che regge fino in Cassazione. Quindici anni dopo arrivano le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, uomo dei Graviano, che sbugiarda definitivamente Scarantino, il quale ammette il depistaggio e accusa La Barbera di aver “costruito tutto”.

Torniamo alle dichiarazioni del magistrato Cardella ieri in Aula, riportate da Antimafia Duemila. “Sulla presenza nell’ufficio di La Barbera della borsa di Paolo, ne parlammo proprio con lui. Ma il capo della mobile disse che se l’era ritrovata lì e non sapeva come ci fosse arrivata. All’interno c’era sicuramente un’agenda marrone, di quelle appartenenti ai carabinieri. C’era poi un’agenda con alcuni numeri di telefono ma l’agenda rossa non c’eraRicordo degli approfondimenti investigativi sulla presenza di Bruno Contrada nel luogo della stragecosa che poi non fu confermata, e ricordo che ci confrontammo anche con i colleghi di Palermo sull’omicidio del maresciallo Guazzelli. Non pensavamo ad un collegamento diretto con la strage di via d’Amelio ma si riteneva che potesse costituire un tassello importante per capire quel che era avvenuto. In particolare però ci concentrammo sugli ultimi giorni di vita di Paolo Borsellino, su tutta la vicenda dell’interrogatorio di Mutolo e della visita del giudice al ministero degli Interni“.

Giuliano Guazzelli era il maresciallo dei Carabinieri a cui Calogero Mannino, uno degli imputati del processo trattativa che si svolge a Palermo, confidò subito dopo la sentenza della Cassazione sul maxiprocesso “ora uccidono me o Lima”. Il 12 marzo tocca proprio al collega di partito, assassinato a Mondello. Il 4 aprile viene ucciso anche Guazzelli, sulla strada che da Agrigento conduce a Porto Empedocle.

L’ipotesi dell’inchiesta palermitana è che il maresciallo sia stato ucciso come “ulteriore avviso” a Mannino. Il 18 maggio 2012 Riccardo Guazzelli (figlio del maresciallo, un passato da consigliere provinciale di Agrigento, proprio nella DC di Mannino) testimonia davanti alla quarta sezione del Tribunale di Palermo chiamata a giudicare il generale Mario Mori e il colonello Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento a Cosa Nostra (poi assolti). Guazzelli conferma: “Mio padre mi raccontò di avere incontrato Mannino prima dell’omicidio Lima, e questi gli disse: o uccidono me o uccidono Lima. Dopo l’assassinio di Lima, invece, in un altro incontro Mannino gli disse: hanno ammazzato Lima, potrebbero ammazzare anche me”.

A proposito dei falsi pentiti Scarantino, Candura e Andriotto, Cardella dichiara: “Quando arrivammo a Caltanissetta noi trovammo già queste persone in cella, sapevo che erano state arrestate inizialmente per un motivo e poi c’è stata una microspia in cella che portò ad una nuova imputazione. Non posso dire se vi fosse una strategia. Io ricordo che partecipai ad un interrogatorio a Milano di Salvatore Candura. Escludo comportamenti anomali da parte di chi era presente oltre a noi pm. Candura aveva elementi che destavano perplessità sia per la sua caratura criminale sia per il suo rapporto di parentela con la proprietaria della 126, poi utilizzata come autobomba nella strage di via d’Amelio. Gli davamo credibilità per via della microspia che era collocata nella sua cella“.

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