1 Dicembre 2021, mercoledì
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“Mio padre ucciso dall’amianto di Bagnoli”: sul caso Eternit si muove anche la Procura di Napoli

“Lo sa come noi parenti delle vittime chiamiamo lo stabilimento? La seconda Auschwitz”. Così risponde a bruciapelo Pasquale Falco, che ha perso il padre, operaio dell’Eternit a Bagnoli, con un mesotelioma, il tumore alla pleura causato dall’amianto. La polvere bianca continua a mietere vittime e il caso Eternit, la più grande accusa contro il business del letale minerale, non è affatto una vicenda chiusa. A Roma, il 19 Novembre 2014,  la Cassazione confermerà o rigetterà il verdetto dell’appello espresso un anno fa dal Tribunale di Torino per il processo istruito dal pm Raffaele Guariniello.  In appello, l’imprenditore svizzero Stephan Schmidheiny è stato condannato a 18 anni di reclusione per disastro ambientale doloso. La corte lo ha condannato  anche per gli stabilimenti di Rubiera, in Emilia, e Bagnoli, in Campania, esclusi in primo grado per prescrizione. Emozioni forti e contrastanti, l’anno scorso, in aula: sono stati letti in aula i nomi di 932 vittime. Un altro fronte, intanto, è aperto: è l’Eternit-Bis, l’inchiesta che il procuratore di Torino Guariniello sta conducendo su casi di omicidio legati all’esposizione ad amianto e che non sono rientrati nel maxiprocesso Eternit. Secondo l’accusa Stephan Schmidheiny conosceva la pericolosità dell’amianto ma avrebbe nascosto i suoi effetti letali per mantenere inalterati i livelli di profitto.  Per questo, dopo la condanna per “disastro ambientale doloso” l’accusa è di omicidio volontario dei 213 tra operai e residenti deceduti tra il 1989 e il 2013, in particolare nel sito di Casale Monferrato, in Piemonte. A breve il miliardario svizzero potrebbe essere rinviato a giudizio. Un terzo filone poi, ingloberà la fabbrica di Siracusa, esclusa dagli altri procedimenti, e i lavoratori all’estero.

Sul caso si muove anche la Procura di Napoli – Il caso Eternit arriva anche alla Procura di Napoli, territorialmente competente per il sito di Bagnoli, e sta indagando. Il reato ipotizzato per Schmidheiny è omicidio colposo, ma la situazione è in evoluzione e il riserbo è massimo poiché si è alle fasi iniziali.  Tutto è iniziato con la denuncia di Pasquale Falco, assistito dall’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto. Suo padre Luigi, operaio, è stato ucciso dall’amianto una settimana dopo la sentenza di primo grado del processo Eternit. Due anni fa Pasquale, impugnando la prescrizione per il disastro ambientale per Bagnoli, ha denunciato per omicidio con dolo eventuale i vertici della multinazionale alle Procure di Torino e di Napoli. La speranza, per Pasquale, è che  emergano i molti casi di Bagnoli, e arrivino all’attenzione dell’autorità giudiziaria: “L’amianto di Bagnoli – ricorda – non è solo disastro ambientale, ma è anche la causa che ha ammazzato mio padre e tanti altri”.  Una ulteriore tappa verso la giustizia, insomma: “Auspico che anche coloro che si sono ammalati e sono deceduti dopo la prima sentenza Eternit e che quindi non risultano tra le parti civili – commenta l’avvocato Bonanni – ovvero vi risultino come malati, e poi sono deceduti, abbiano giustizia. Certamente non è possibile processare il magnate dell’amianto una seconda volta per il reato di disastro ambientale, anche perché è stato condannato in appello, ma in ogni caso, per ogni successivo decesso, sussistono i presupposti per ipotizzare il reato di omicidio colposo e per promuovere l’azione risarcitoria”.

Luigi Falco, vittima e testimone: “Nubi fitte di amianto, le mascherine non bastavano per tutti. Il reparto di lavorazione era punitivo” – Il papà di Pasquale, Luigi, aveva lavorato all’Eternit fino alla chiusura del sito, nel 1985. E’ stato testimone al maxiprocesso, e se fosse vissuto abbastanza sarebbe andato fino in fondo. Ha descritto con dovizia di particolari come, quando e perché ha lavorato nella fabbrica della morte, ha descritto le nubi di amianto fitte e asfissianti che avvolgevano i lavoratori, ha descritto come il reparto di lavorazione dell’amianto fosse quello “punitivo”, ha ricordato come e quando è stato esposto al letale minerale. Si è ammalato prima di asbestosi, poi di mesotelioma pleurico, il tumore della pleura correlato all’amianto, ma fino all’ultimo è stato presente per offrire la sua testimonianza, perché la sua esperienza fosse utile a ristabilire giustizia ma anche perché fosse da monito. Mai più una strage silenziosa come quella, mai più far finta di non vedere. Testimone, poi parte civile. Ma soprattutto vittima del sistema amianto.  Il consulente, Massimo Menegozzo, già consulente del pm Guariniello,  dovrà ora analizzare il caso, mentre  a Bagnoli si continua a morire. Nella denuncia di Pasquale, il riferimento non era solo ai due magnati della multinazionale, ma anche ai funzionari dell’Inail “che ripetevano sempre che il padre del sottoscritto – si legge nella denuncia – non era ammalato e lo hanno lasciato a lavorare nella polvere”.

 A Bagnoli si continua a morire e la rabbia corre su Facebook  – “Mio cugino  – scrive un ex abitante di Bagnoli –  è morto di amianto (mesotelioma pleurico) pochi giorni fa, a più di trent’anni di esposizione alla fibra, dopo aver abitato per decenni nelle palazzine Eternit di Bagnoli, a ridosso della fabbrica ed al suo deposito di amianto a cielo aperto. Ci sarà almeno una giustizia per lui?”. Proprio due anni fa,  Fanpage.it ha scoperto una distesa di amianto a cielo aperto, mal conservato in sacchi all’interno del sito e polvere sospetta, coperta alla meglio da buste dell’immondizia, all’esterno del sito, in una strada di passaggio poco distante dalle palazzine Eternit, dal centro abitato, dal deposito degli autobus. Le immagini sono state poi acquisite dal pm Raffaele Guariniello, che ha condotto il processo Eternit. Fanpage è tornato sul posto: anche stavolta abbiamo notato la presenza di sacchi che potrebbero contenere amianto, ma questa volta c’è un telone a coprirli alla meglio.

L’inchiesta sulla bonifica di Bagnoli e le vittime di amianto – Una parte dei familiari delle vittime, intanto, si è costituita parte civile in un altro processo, quello sulla bonifica di Bagnoli, per il quale sono state rinviate a giudizio 19 persone, vertici di Bagnolifutura e i due ex vicesindaci Santangelo e Papa. Per l’associazione “Mai più amianto” la mancata bonifica “ha provocato danni al territorio e all’ambiente ma anche alla salute dei cittadini”.  I danni, però, sono incalcolabili, nel senso che ad oggi è molto difficile calcolarli. Manca  – di fatto – il registro mesoteliomi, fermo, mentre l’Istituto Superiore di Sanità sta svolgendo uno studio sull’esposizione all’amianto nella zona di Bagnoli. Non si ha una parola definitiva sui casi di amianto da Eternit, non una parola definitiva sulla entità dell’esposizione all’amianto nell’ex quartiere operaio di Napoli. A trent’anni dalla chiusura della fabbrica  e quindici dall’istituzione del Sin (sito di interesse nazionale) Bagnoli-Coroglio, si brancola ancora nel buio, con il processo sulla bonifica e l’assenza di dati certi sull’area. Le vittime da amianto, tra chi ha lavorato nello stabilimento, sono circa 600, e l’elenco è in costante aggiornamento, nel deserto postindustriale dell’ex quartiere operaio.

 

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