1 Marzo 2021, lunedì
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Annamaria Franzoni e l’omicidio mai confessato: “Sono stata perseguitata”

Annamaria Franzoni può tornare a casa da marito e figli, può finire di scontare la sua pena ai domiciliari anziché in carcere. Lo ha deciso il tribunale, ne è convinto lo psichiatra che l’ha incontrata in carcere: è una buona madre, non ucciderà ancora.

Ma tribunale (e psichiatra) e Annamaria Franzoni partono da due presupposti opposti: per la legge lei è l’assassina di suo figlio Samuele, ucciso il 30 gennaio 2002. Per lei, invece, il suo bambino è stato ucciso da una persona ancora misteriosa. Lei si sente perseguitata: 6 anni di carcere, 10 anni di pena ancora da scontare, e mai, nemmeno per un secondo, quello che può somigliare a una confessione. O solo a un dubbio: e se fossi stata io?

Meo Ponte su Repubblica riporta alcune frasi della Franzoni pronunciate durante i colloqui con il professor Augusto Balloni, lo psichiatra che ha dato parere favorevole alla scarcerazione, una perizia decisiva che ha portato alla decisione del tribunale del riesame di assegnare i domiciliari alla donna.

«Negli ultimi dodici anni ne ho passate di tutti i colori, sono stata avvicinata da persone che agivano esclusivamente per il loro interesse personale promettendomi aiuto. I giornali e le televisioni hanno fatto irruzione nella mia vita dicendo e scrivendo cose terribili su di me e il mio povero Samuele…».

Dagli otto colloqui di Annamaria Franzoni con il professor Augusto Balloni, lo psichiatra incaricato dal tribunale di Sorveglianza di Bologna di accertare le sue condizioni psichiche emerge il ritratto di una donna dolente che è convinta di vivere «una profonda e doppia ingiustizia»: «Non solo ho subito la perdita violenta di mio figlio ma sono stata condannata per un delitto che non ho commesso».

Annamaria Franzoni è tornata nella casa di Ripoli, vicino Bologna, dove abiterà con il marito e i figli: Davide, ormai 18enne, e Gioele, nato nel 2003 esattamente un anno dopo la morte di Samuele. Non potrà più fare ritorno a Cogne.

Dovrà seguire una psicoterapia, perchè, scrivono i giudici:

«La donna è ritenuta affetta da disturbo dell’adattamento con umore depresso, facilità al pianto ad ansia, preoccupazione e irrequietezza, egocentrismo, tratti di narcisimo con idee dominanti e problematiche legate all’interazione con il sistema giudiziario».

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