1 Marzo 2021, lunedì
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Sul gas Mosca e Kiev ai ferri corti

I negoziati sul futuro degli approvvigionamenti di gas russo verso l’Ucraina hanno subito una brusca battuta d’arresto. A poco sono serviti i tentativi di mediazione dell’Unione europea (Ue) che non è riuscita a indurre le parti a un accordo che scongiurasse la sospensione, lunedì scorso, delle forniture di Gazprom a Kiev.

Sulla base di clausole inserite nel contratto siglato con l’ucraina Naftogaz, Gazprom ha infatti introdotto un regime di pagamenti anticipati che prevede la vendita di gas all’Ucraina soltanto a fronte di versamenti a ogni inizio mese. Questo ennesimo scontro ha riacceso il dibattito sul destino delle relazioni energetiche tra Ue e Russia e sui rischi per la sicurezza energetica del vecchio continente in caso di scontro frontale con il Cremlino.

Regolamento di conti
L’Ucraina importa dalla Russia circa 30 miliardi di metri cubi (Bcm) annui di gas, pari a circa il 60% dei suoi consumi interni. Per buona parte degli ultimi anni, Kiev ha pagato le forniture russe a prezzi scontati – attorno ai 270 dollari per 1.000 metri cubi di gas nel 2013 – e ben di sotto della media dei consumatori europei.

In seguito alle proteste di Euromaidan, la situazione è cambiata drasticamente. Dal 1° aprile il prezzo del gas è salito a 485 dollari. La questione dei prezzi, e in particolare il differenziale di oltre 200 dollari tra prima e dopo lo scoppio della crisi, spiega molto dell’attuale impasse tra Mosca e Kiev.

All’irrigidimento sulla questione dei prezzi si accompagna l’inflessibilità sul pagamento dei debiti contratti da Kiev. L’Ucraina, infatti, ha accumulato circa 4 miliardi e mezzo di dollari di passivi con Gazprom, uno e mezzo per il periodo novembre-dicembre 2013 e tre per i mesi di marzo e maggio 2014.

Di fronte alla persistente insolvenza ucraina, a metà maggio 2014 Gazprom ha annunciato l’applicazione dell’art. 5.8 del contratto del 2009, che prevede l’applicazione della clausola del pagamento anticipato, senza il quale la Russia non si sente più impegnata a consegnare il gas all’Ucraina.

Grazie anche alla mediazione dell’Ue, nelle ore prima della scadenza dell’ultimatum russo, Gazprom ha proposto un prezzo di 385 dollari per 1.000 metri cubi – in linea con quelli applicati in Europa e, a quanto pare, a quello fissato nel recente contratto siglato con la cinese Cnpc.

Al contempo, la Commissione ha avanzato un piano per spalmare su più mesi il pagamento del debito ucraino, grazie anche alle garanzie offerte dall’Ue e del Fondo monetario internazionale. Questi sforzi non sono però andati ad effetto.

Rischi energetici per l’Europa e l’Italia
L’annuncio di Gazprom ha immediatamente allertato governi e opinione pubblica europei. L’Ucraina non è solamente cliente della compagnia energetica russa,ma è anche fondamentale per gli approvvigionamenti verso l’Ue. Dal territorio ucraino transitano circa il 20% dei consumi totali del vecchio continente e il 60% delle esportazioni di gas russo verso i mercati europei.

La questione delle forniture all’Ucraina e la sicurezza degli approvvigionamenti verso l’Ue dovrebbero essere separate, poiché il blocco delle prime non ha un impatto diretto sulla regolarità dei secondi.

Tuttavia, com’è accaduto nel 2009, vi è il rischio che, di fronte a una prolungata sospensione delle forniture russe, Uktransgaz – controllata della compagnia nazionale Naftogaz – decida di destinare a uso interno parte dei volumi di gas in transito per l’Ue. Un simile comportamento potrebbe determinare una ritorsione russa e la sospensione anche delle forniture destinate ai clienti europei.

Nonostante la capacità di stoccaggio localizzata in Europa, nel medio-lungo periodo questa situazione potrebbe avere un impatto significativo sui consumi europei. Verrebbero colpiti soprattutto quei paesi dell’Europa orientale – Ungheria, Slovacchia e Bulgaria in primis – quasi completamente dipendenti dal gas russo in transito sul territorio ucraino.

L’Italia ridurrebbe l’impatto grazie a fonti di approvvigionamento ben diversificate, ma sarebbe particolarmente vulnerabile di fronte situazioni di instabilità negli altri paesi fornitori, Libia fra tutti.

South Stream
Nonostante i tentativi da ambo le parti di diversificare i propri mercati di riferimento, con 135 Bcm di gas scambiati nel 2013, quella tra Russia e Ue è probabilmente la più solida partnership energetica al mondo. Il superamento della crisi energetica ucraina è nell’interesse strategico di entrambe le parti.

In questo contesto, va tenuto conto del ruolo dell’Ucraina, che fa leva sulla sua posizione chiave come paese di transito per ottenere vantaggi di breve periodo. Primo fra tutti, il sostegno di Ue e Fmi per far fronte al proprio dissesto finanziario e ripagare i debiti contratti con Gazprom.

Tale sostegno potrà essere garantito per un periodo limitato di tempo, e dovrà essere accompagnato dall’impegno di Kiev ad attuare incisive riforme interne in materia di efficienza energetica e per lo sviluppo di nuove risorse, inclusi gli idrocarburi non-convenzionali.

Durante il G7 Energia di Roma, i partner occidentali si sono detti pronti a sostenere l’Ucraina in questo sforzo e a promuovere iniziative per garantire l’approvvigionamento di gas dall’Europa centrale all’Ucraina grazie all’inversione dei flussi sulle infrastrutture in essere.

Anche la Russia dovrà mostrare flessibilità e ragionevolezza, soprattutto sulla questione dei prezzi. Sul piatto della bilancia, in questo caso, può essere messo il progetto del gasdotto South Stream, strategico per i tentativi del Cremlino di scavalcare il territorio ucraino.

Se accompagnata a una maggiore autonomia energetica di Kiev da Mosca, la realizzazione del gasdotto potrebbe ridimensionare il fattore ucraino nelle relazioni Ue-Russia, aprendo una nuova fase della partnership energetica con Mosca.

L’Italia, coinvolta con Eni nel progetto, dovrebbe darsi da fare sul piano diplomatico per la sua realizzazione, che contribuirebbe a disinnescare una contesa minacciosa per la sicurezza energetica dell’intero continente.

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