15 Maggio 2021, sabato
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La Tunisia ci riprova

Sembra giunta l’ora della svolta. La crisi politica che ha bloccato la transizione in Tunisia dopo l’omicidio in luglio del leader dell’opposizione Muhammad Brahmi pare sbloccarsi. Il 23 ottobre è iniziato il dialogo nazionale tra partiti di governo e opposizione che dovrà decidere, tra l’altro, data e modalità di svolgimento delle nuove elezioni. L’attuale governo, composto da una “Troika” di tre partiti, fra cui quello degli islamisti, al-Nahda, con un peso nettamente predominante, cederà il passo a un esecutivo provvisorio di tecnici che dovrà fare da ponte verso le elezioni.

Irriducibili
Al lancio del dialogo nazionale ha fatto da contraltare la protesta che i membri “irriducibili” del Fronte di salvezza nazionale, che riunisce le principali forze di opposizione, hanno simbolicamente organizzato in concomitanza con l’anniversario dell’elezione dell’Assemblea nazionale costituente (Anc) perché considerano illegittimi sia l’esecutivo sia l’Anc, essendo il mandato di quest’ultima scaduto da un anno.

Il fronte dell’opposizione non solo è diviso tra quanti partecipano al dialogo nazionale e quanti in-vece lo rifiutano, ma anche tra chi ritiene necessaria la dissoluzione del governo e dell’Anc e chi, invece, propende solo per la dissoluzione del primo.

Inizialmente, ci si aspettava che il governo rassegnasse le dimissioni all’avvio del dialogo nazionale. Era quanto, in effetti, prefigurava una dichiarazione attribuita al primo ministro di al-Nahda, ‘Ali Laraayedh. Va ricordato che l’ex premier Hamadi Jebali si era dimesso dopo l’omicidio di un altro leader dell’opposizione, Shukri Belaid, nel febbraio scorso. Quel gesto aveva colto di sorpresa il di-rettivo di al-Nahda, e Jebali ne aveva guadagnato in credibilità: agli occhi della società civile non era più “uomo del partito”, ma “uomo delle istituzioni”.

Dopo settimane di intense negoziazioni mediate dall’Unione generale dei lavoratori tunisini (Ugtt) e da tre altre organizzazioni della società civile, i membri della Troika e alcune forze d’opposizione hanno concordato una road map che concede all’Anc un mese di tempo per concludere la Costituzione e tre settimane per lo scioglimento del governo. La presidenza del consiglio ha aggiun-to, inoltre, che il governo si dimetterà solo dopo l’adozione di una nuova legge elettorale.

Eredità da recuperare
Questo mese è ricordato anche per la formazione del “movimento 18 ottobre”, schieramento in cui, nel 2005, confluirono attivisti, islamisti e laici per protestare contro l’autoritarismo di Ben ‘Ali. Per-sonalità come Samir Dilou, attuale ministro per i diritti umani, e Hamma Hammami, leader del Fronte popolare, promossero uno sciopero durato 32 giorni al quale aderirono altri attivisti come Najib Chebbi, oggi membro del partito d’opposizione al-Jumhuri, e Lutfi Hajji, giornalista di al-Jazeera.

La protesta scaturiva dalla mancanza di un “livello minimo” di democrazia, soprattutto sul versante della libertà dei media e del diritto di associazione. Come sottolineato da Ajmi Lourimi, membro di al-Nahda, quell’esperienza rivelò la capacità di forze eterogenee di unirsi contro una minaccia co-mune fino a siglare un “Patto democratico” basato su valori condivisi.

La lenta transizione democratica tunisina dovrebbe tornare a ispirarsi a simili episodi, sebbene il quadro politico sia mutato e nuovi problemi, come il deterioramento delle condizioni di sicurezza, siano emersi. Il primo giorno di dialogo nazionale, infatti, si è concluso con l’omicidio di sei militari della guardia nazionale a seguito di scontri con militanti “jihadisti” nel governatorato di Sidi Bouzid. Al-Nahda ha accusato le “bande di terroristi” di voler balcanizzare i negoziati, ritardando la definizione della road map e, dunque, la dimissione dell’attuale governo Laraayedh.

 

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