26 Ottobre 2026, lunedì
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Trump alza la pressione su Mosca: nuove sanzioni e dazi fino al 100% contro i compratori del petrolio russo

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La pressione americana sulla Russia entra in una nuova fase. Donald Trump ha firmato la legge che introduce un nuovo pacchetto di sanzioni contro Mosca e amplia in modo significativo gli strumenti a disposizione della Casa Bianca per colpire non soltanto il sistema economico russo, ma anche i Paesi che continuano ad acquistare le sue forniture energetiche.

Il provvedimento, promosso dal senatore repubblicano Lindsey Graham, scomparso lo scorso luglio e tra i più convinti sostenitori dell’Ucraina, punta direttamente ai vertici del Cremlino e prevede misure contro Vladimir Putin, membri del governo russo, oligarchi, banche e altre istituzioni finanziarie.

La novità potenzialmente più incisiva riguarda però il commercio energetico. La legge autorizza il presidente americano a imporre dazi fino al 100% sui principali acquirenti di petrolio e gas naturale russi. Una disposizione che sposta il baricentro della strategia sanzionatoria: non più soltanto colpire chi vende, ma rendere molto più costoso anche per chi compra continuare a farlo.

La leva dei dazi coinvolge Cina e India

Il provvedimento, denominato “Lindsey O. Graham Sanctioning Russia and Iran Act of 2026”, era stato approvato dal Senato già ad agosto e ha ottenuto nei giorni scorsi il via libera della Camera dei rappresentanti con un sostegno bipartisan.

Proprio l’ampiezza dei poteri concessi alla presidenza in materia commerciale aveva tuttavia sollevato perplessità tra alcuni esponenti democratici. Il punto più delicato è rappresentato dalla possibilità di colpire direttamente i Paesi che acquistano energia russa.

Nel mirino possono finire soprattutto Cina e India, tra i maggiori acquirenti del greggio proveniente dalla Russia. Per Washington, dunque, la nuova legge non rappresenta soltanto un ulteriore strumento di pressione nei confronti di Mosca, ma introduce anche una variabile nei rapporti con due potenze asiatiche di primo piano.

Il tema assume un peso ulteriore alla luce del previsto incontro tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping alla Casa Bianca il 24 settembre. La questione delle forniture energetiche russe rischia così di intrecciarsi con il più ampio confronto economico e strategico tra Stati Uniti e Cina.

Le nuove misure non si fermano alla Russia. La legge estende infatti la pressione anche ai comparti energetico e militare dell’Iran, ampliando ulteriormente il raggio d’azione delle sanzioni americane.

L’allarme droni torna a scuotere l’Europa

Mentre Washington rafforza gli strumenti economici contro Mosca, il conflitto continua a produrre effetti anche oltre i suoi confini. Nella tarda serata di venerdì 18 settembre e nelle prime ore di sabato 19 settembre, il traffico aereo in Lussemburgo è stato temporaneamente sospeso a causa del sospetto avvistamento di droni non autorizzati nello spazio aereo dell’area.

A riferirlo è stata la piattaforma di monitoraggio del traffico aereo Flightradar24. L’aeroporto ha spiegato che la sospensione è stata disposta come misura precauzionale per tutelare passeggeri, equipaggi, personale aeroportuale e aeromobili.

L’operatività è successivamente tornata alla normalità. Resta però il tema della sicurezza dello spazio aereo europeo, diventato negli ultimi mesi uno dei fronti più sensibili legati alle conseguenze della guerra.

Mosca: intercettati 344 droni ucraini

Sul fronte russo, il ministero della Difesa di Mosca ha riferito di aver intercettato 344 droni ucraini durante la notte in diverse aree della Russia europea.

Secondo le autorità russe, le operazioni di intercettazione hanno interessato le regioni di Belgorod, Brjansk, Vladimir, Kaluga, Krasnodar, Kursk, Leningrado, Lipeck, Mosca, Niznij Novgorod, Orel, Rostov, Rjazan e Tula, oltre al circondario autonomo Jamalo-Nenec, alla Repubblica del Daghestan e allo spazio aereo sopra il Mar Nero.

Il dato, diffuso dal ministero della Difesa russo, si inserisce in una fase nella quale gli attacchi con droni hanno assunto un ruolo sempre più centrale nella guerra. Le informazioni sulle intercettazioni provengono tuttavia dalle autorità russe e, come accade abitualmente in questo tipo di comunicazioni durante il conflitto, devono essere considerate nel contesto della guerra informativa che accompagna le operazioni militari.

Il quadro che emerge è quello di una pressione esercitata contemporaneamente su più livelli. Da una parte Washington punta a rendere più costoso per Mosca finanziare il proprio apparato energetico e militare. Dall’altra, la guerra continua a estendere le proprie conseguenze sul piano della sicurezza europea, mentre l’impiego massiccio dei droni conferma quanto il conflitto sia ormai combattuto anche a centinaia di chilometri dalle linee del fronte.

Forte esplosione a Riad, nuova tensione in Medio Oriente: allarme all’aeroporto internazionale

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Una forte esplosione ha scosso nella notte Riad, riportando l’Arabia Saudita al centro della crescente escalation militare che attraversa il Medio Oriente. L’allarme è stato diramato alla popolazione dopo il boato avvertito nella capitale, mentre la protezione civile saudita è stata immediatamente mobilitata.

Le prime informazioni sull’accaduto restano ancora frammentarie. Secondo quanto riferito dall’agenzia iraniana Tasnim, citando fonti provenienti dall’Arabia Saudita, l’episodio avrebbe provocato “gravi disagi” e la paralisi dei sistemi di navigazione dell’aeroporto internazionale di Riad. Un elemento che, se confermato, potrebbe avere ripercussioni anche sulla gestione del traffico aereo nella capitale.

Non risultano, al momento, vittime o feriti. Restano invece da chiarire la natura dell’esplosione, l’eventuale obiettivo dell’attacco e soprattutto la matrice dell’operazione. Le autorità saudite non hanno ancora fornito un quadro completo dell’accaduto.

L’episodio si inserisce in uno scenario regionale sempre più instabile, nel quale l’Arabia Saudita è esposta alle conseguenze del confronto tra Israele, Stati Uniti e Iran e alle attività dei gruppi armati sostenuti da Teheran. Riad è stata inoltre coinvolta negli ultimi mesi nelle tensioni con gli Houthi, il movimento yemenita filo-iraniano che combatte contro il governo riconosciuto dello Yemen.

La stretta di Teheran

Mentre sulla penisola arabica si accendono nuovi segnali di allarme, dall’Iran arriva la notizia di una nuova esecuzione legata al conflitto in corso.

La magistratura iraniana ha annunciato la messa a morte di Hossein Pedaran, accusato di aver collaborato con il Mossad e di aver trasmesso informazioni relative a installazioni missilistiche iraniane nella provincia di Isfahan.

A rendere pubblica la notizia è stata la stessa magistratura di Teheran, secondo cui l’uomo avrebbe fornito ai servizi israeliani informazioni su siti missilistici. Non sono stati invece resi noti dettagli sul momento dell’arresto né sulle modalità e sulla data del processo.

L’esecuzione si colloca nel clima di forte repressione alimentato dal conflitto. Le autorità iraniane hanno intensificato le accuse di collaborazione con Israele e di attività di intelligence a favore del nemico, mentre la guerra continua ad allargare il proprio raggio di conseguenze oltre i confini direttamente coinvolti nelle operazioni militari.

La nuova esplosione a Riad aggiunge così un ulteriore elemento di incertezza a una crisi regionale nella quale gli episodi di natura militare si susseguono con crescente rapidità. Per l’Arabia Saudita, il punto centrale resta ora comprendere se quanto accaduto nella capitale rappresenti un episodio isolato oppure un nuovo passaggio dell’escalation che sta coinvolgendo, con intensità crescente, l’intero Medio Oriente.

Groenlandia, Trump: “Accordo con Danimarca e Nuuk, sicurezza Usa garantita per sempre”

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La Groenlandia torna al centro della partita strategica nell’Artico e Donald Trump presenta l’intesa con Danimarca e autorità groenlandesi come un passaggio destinato a ridisegnare, in modo duraturo, il ruolo degli Stati Uniti nell’isola. Il presidente americano ha annunciato di aver raggiunto un accordo che, secondo la sua versione, garantirebbe a Washington un controllo permanente sulle esigenze di sicurezza della Groenlandia e sulla difesa degli interessi statunitensi nell’area.

“Non ci sarà alcun costo per gli Stati Uniti”, ha scritto Trump su Truth Social, sostenendo che l’intesa consentirà a Washington di adottare “per sempre” le misure ritenute necessarie per proteggere la Groenlandia e gli stessi Stati Uniti.

Un annuncio che, però, deve essere letto alla luce di una precisazione arrivata da Copenaghen. Il governo danese ha infatti chiarito che l’accordo non è ancora stato formalmente firmato. La sottoscrizione da parte di Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti dovrebbe avvenire la prossima settimana, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York.

Il testo, una volta firmato, dovrà inoltre affrontare le procedure parlamentari previste prima di poter entrare effettivamente in vigore. La distanza tra l’annuncio politico di Trump e la conclusione formale dell’iter resta dunque un elemento centrale della vicenda.

L’Artico come nuovo fronte della sicurezza occidentale

Al centro dell’intesa c’è la crescente rilevanza strategica della Groenlandia. Situata tra Nord Atlantico e Artico, l’isola occupa una posizione di rilievo per il controllo delle rotte settentrionali e per la sicurezza del fianco nordamericano ed europeo.

Trump ha indicato con particolare chiarezza uno dei punti che considera qualificanti dell’accordo: nessun avversario degli Stati Uniti dovrebbe poter stabilire una base, mantenere una presenza militare o effettuare investimenti sensibili in Groenlandia senza l’espresso consenso scritto di Washington.

Il principio, così come descritto dal presidente americano, punta dunque a rafforzare il ruolo degli Stati Uniti nella sicurezza dell’isola senza arrivare all’acquisizione territoriale della Groenlandia. È un passaggio significativo anche sul piano politico, perché separa il tema della sovranità da quello dell’accesso strategico e militare.

Trump ha presentato l’intesa come il risultato di un obiettivo inseguito inutilmente dalle amministrazioni americane per oltre un secolo. “È un sogno che diventa realtà per gli Stati Uniti d’America”, ha dichiarato, definendo l’accordo “importante, storico e speciale”.

Frederiksen: “Un accordo vantaggioso per la Nato”

Da Copenaghen arriva una lettura positiva dell’intesa, ma con un accento diverso da quello scelto da Trump. La premier danese Mette Frederiksen ha sottolineato soprattutto la dimensione collettiva della sicurezza nell’Artico e nel Nord Atlantico.

“Sono lieta che si stia delineando un accordo positivo per la Groenlandia, il Regno di Danimarca e gli Stati Uniti”, ha dichiarato Frederiksen, evidenziando come l’intesa possa rafforzare la sicurezza condivisa e risultare vantaggiosa anche per la Nato e per l’Europa.

La premier ha inoltre rimarcato un punto politicamente sensibile per Copenaghen: il riconoscimento della sovranità e dell’integrità territoriale del Regno di Danimarca, insieme al diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione.

È proprio su questo equilibrio che si gioca una parte rilevante della portata dell’accordo. Da una parte Washington punta a consolidare il proprio ruolo nella sicurezza dell’isola e a impedire l’ingresso di potenze rivali in settori considerati strategici. Dall’altra, Danimarca e Groenlandia ribadiscono il principio della sovranità e quello dell’autodeterminazione, due elementi che restano distinti dalle prerogative militari che l’intesa dovrebbe riconoscere agli Stati Uniti.

Un’intesa ancora da trasformare in accordo operativo

Per ora, dunque, il risultato annunciato da Trump rappresenta soprattutto un accordo politico in attesa della firma e dei successivi passaggi istituzionali. La formalizzazione prevista a New York sarà il primo banco di prova per verificare il contenuto definitivo dell’intesa e la concreta distribuzione delle responsabilità tra Washington, Copenaghen e Nuuk.

Il significato strategico della partita, tuttavia, è già evidente. La Groenlandia è diventata uno dei punti attraverso cui si misura la crescente competizione nell’Artico. Per gli Stati Uniti significa rafforzare una posizione considerata essenziale per la propria sicurezza. Per la Danimarca e per la Nato significa ridefinire gli strumenti attraverso cui presidiare un’area sempre più importante. Per la Groenlandia resta centrale la questione della propria autonomia politica e del controllo sulle scelte che riguardano il futuro dell’isola.

L’accordo annunciato da Trump si inserisce così in una partita molto più ampia di quella descritta dalle sole parole del presidente americano. La firma prevista all’Assemblea generale dell’Onu dirà quanto delle ambizioni annunciate da Washington sia destinato a tradursi in impegni concreti e vincolanti.

Sandro Mazzola, addio a un simbolo del calcio italiano

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Il calcio italiano perde uno dei suoi volti più riconoscibili. Sandro Mazzola è morto a 83 anni. L’annuncio è arrivato nella notte del 19 settembre dall’Inter, la squadra alla quale aveva legato tutta la propria carriera e una parte decisiva della propria identità. Un addio che chiude il percorso di uno degli ultimi grandi protagonisti di un’epoca nella quale il calcio italiano seppe diventare potenza europea e mondiale.

Mazzola non è stato soltanto il figlio di Valentino, il capitano del Grande Torino scomparso nella tragedia di Superga. È stato l’uomo che riuscì a trasformare un cognome immenso, e insieme doloroso, in una storia completamente propria. Aveva poco più di sei anni quando perse il padre. Il mito di Valentino arrivò a lui attraverso i racconti, le fotografie, la memoria degli altri. Sandro scelse invece di costruire il proprio nome sul campo, con la maglia dell’Inter addosso.

È una delle vicende più singolari e potenti dello sport italiano. Il figlio del capitano del Grande Torino finì per diventare uno dei simboli della Grande Inter. Due dinastie calcistiche diverse, due epoche, due maglie, unite dalla stessa famiglia e dalla stessa passione.

Dalla tragedia di Superga alla Grande Inter

La sua storia nerazzurra cominciò quando era ancora bambino. A favorire la crescita del talento furono due figure centrali dell’Inter di allora: Giuseppe Meazza, che contribuì alla sua formazione tecnica, e Benito Lorenzi, il celebre “Veleno”, che arrivò a casa Mazzola a Cassano d’Adda con un pallone e un paio di scarpe da calcio.

Poi arrivò la prima squadra, quasi troppo presto. Il 10 giugno 1961 Mazzola fu schierato nella celebre ripetizione di Juventus-Inter, una partita nata dalla decisione del club nerazzurro di mandare in campo la formazione Primavera. La Juventus vinse 9-1, ma l’unica rete interista fu proprio quella del diciottenne Sandro, su rigore. Quella sconfitta pesantissima sarebbe diventata, paradossalmente, l’inizio di una delle carriere più luminose del calcio italiano.

Helenio Herrera intuì presto che Mazzola non poteva essere incasellato in un ruolo tradizionale. Non era soltanto una punta e non era soltanto un centrocampista. Era un giocatore capace di muoversi tra le linee, attaccare lo spazio, inserirsi, segnare e cambiare ritmo alla partita. Una seconda punta ante litteram, con il talento per leggere il gioco e la personalità per assumersene la responsabilità.

La consacrazione arrivò a Vienna, nella finale di Coppa dei Campioni del 1964. Contro il Real Madrid di Alfredo Di Stéfano e Ferenc Puskás, Mazzola firmò una doppietta e contribuì in maniera decisiva al primo trionfo europeo della storia interista. Fu la notte in cui il ragazzo diventò definitivamente un campione.

Da lì nacque la leggenda.

La Grande Inter di Angelo Moratti ed Helenio Herrera aveva nella difesa di ferro, nella disciplina tattica e nella straordinaria qualità dei suoi interpreti i propri tratti distintivi. Mazzola ne rappresentava però il volto più riconoscibile insieme agli altri grandi protagonisti di quella squadra: Facchetti, Burgnich, Picchi, Suarez, Corso, Jair.

Con l’Inter conquistò quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Fu capocannoniere in Serie A nel 1965, con 17 reti, e in Coppa dei Campioni nel 1964, con sette gol. Nel 1971 arrivò anche il secondo posto nella classifica del Pallone d’Oro, alle spalle di Johan Cruijff.

In totale furono 17 stagioni in nerazzurro, 565 partite ufficiali e 158 gol, secondo i dati riportati dall’Inter nel ricordo pubblicato dopo la sua scomparsa.

L’Italia, Rivera e una staffetta diventata storia

Se l’Inter fu la sua casa, la Nazionale fu il palcoscenico sul quale Mazzola entrò definitivamente nell’immaginario collettivo.

Con l’Italia conquistò l’Europeo del 1968 e raggiunse la finale del Mondiale del 1970, in Messico. Ma quella generazione è rimasta nella memoria soprattutto per il confronto, dentro e fuori dal campo, tra Mazzola e Gianni Rivera.

Inter e Milan, nerazzurro e rossonero, due modi diversi di interpretare il ruolo e il calcio. La rivalità tra i due fu trasformata da Ferruccio Valcareggi nella celebre “staffetta”, una soluzione tattica diventata nel tempo anche un fenomeno nazionale. Mazzola e Rivera non furono soltanto due campioni chiamati a contendersi una maglia. Furono due simboli di una Milano calcistica che aveva imparato a parlare attraverso loro.

Nel 1970, durante il Mondiale messicano, Mazzola fu protagonista della straordinaria semifinale contro la Germania Ovest, la partita passata alla storia come la “Partita del Secolo”. L’Italia vinse 4-3 dopo i tempi supplementari e conquistò l’accesso alla finale contro il Brasile di Pelé.

La Coppa del Mondo sfuggì agli azzurri, battuti 4-1, ma quella squadra rimase una delle più celebri della storia della Nazionale. Mazzola ne fu uno dei volti.

Con l’Italia avrebbe raccolto 70 presenze e 22 reti.

L’ultimo saluto sul campo

La carriera da calciatore si concluse nel 1977, dopo 17 stagioni con la stessa maglia. Anche l’ultima partita ebbe qualcosa di simbolico: una finale di Coppa Italia contro il Milan, con Rivera dall’altra parte.

Al termine di quella sfida, persa dall’Inter, Mazzola pronunciò una frase tratta dalla Divina Commedia: “Vuolsi così colà dove si puote”. Era la conclusione di una storia lunga quasi vent’anni, cominciata con un ragazzo mandato in campo in una partita finita 9-1 e terminata con uno dei calciatori italiani più celebrati del suo tempo.

Ma per Mazzola il calcio non finì con il ritiro.

Dal campo alla scrivania, fino a Ronaldo

Il rapporto con l’Inter proseguì anche dopo aver appeso gli scarpini al chiodo. Mazzola intraprese la carriera dirigenziale e arrivò a ricoprire il ruolo di direttore sportivo. In quella veste continuò a muoversi dentro il calcio con la stessa curiosità che lo aveva accompagnato da giocatore.

Il suo nome è legato anche all’arrivo a Milano di Ronaldo, il Fenomeno, nell’estate del 1997. Un’operazione destinata a diventare uno dei trasferimenti più iconici della storia recente dell’Inter e un altro capitolo di quel rapporto quasi familiare tra Mazzola e il club nerazzurro.

Negli anni successivi ci furono altre esperienze dirigenziali, compreso il Torino, la società che era stata di suo padre Valentino. Poi la televisione, il ruolo di opinionista e il ritorno periodico a San Siro e ad Appiano Gentile.

Fino agli ultimi anni, quando Mazzola continuava a essere una presenza capace di riannodare il filo tra il calcio di oggi e quello di un’altra epoca.

La sua storia, in fondo, è tutta dentro questa contraddizione: essere nato con un’eredità impossibile da ignorare e avere finito per costruirne una altrettanto grande. Valentino Mazzola apparteneva al mito del Grande Torino. Sandro a quello della Grande Inter.

Due padri simbolici di due epoche del calcio italiano. E un figlio che, invece di vivere all’ombra del primo, riuscì a diventare protagonista della propria leggenda.

Sandro Mazzola se ne va a 83 anni. Resta il “Baffo”, resta il numero 10, restano le notti europee, la maglia azzurra, la staffetta con Rivera, i gol e quel 9-1 diventato, molti anni dopo, quasi un manifesto della sua vita.

Perché proprio Mazzola, ricordando quella partita, aveva indicato il modo in cui avrebbe voluto essere ricordato: come un uomo capace di giocarsela anche quando sembrava impossibile vincere.

La professoressa ferita in classe parla per la prima volta: “L’ho già perdonato”

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La voce di Isabella Marsilio arriva al telefono con una calma che sorprende, soprattutto dopo ciò che ha vissuto. L’insegnante della scuola media “Giovanni Verga” di Roma è stata accoltellata in classe da un suo studente di tredici anni. Oggi, a poche ore dall’aggressione, sceglie di raccontare tutto e lo fa con parole che non cercano vendetta. “Perdonarlo? L’ho già perdonato”, dice senza esitazioni.

La sua ricostruzione parte da un dettaglio che, a posteriori, assume un peso diverso. “Alle nove ero in classe e lui non c’era. L’avevo segnato assente sul registro”, spiega. Proprio quella mattina il ragazzo avrebbe dovuto recuperare un debito in storia, un appuntamento fissato da tempo. Sembrava aver deciso di non presentarsi.

La lezione era già iniziata quando la porta si è aperta. “Stavo interrogando una compagna. Sento il rumore, mi volto e lo vedo entrare con un caschetto da ciclista e un occhiale con una telecamera al centro”, racconta la docente. Un ingresso insolito, ma non sufficiente a far presagire ciò che sarebbe accaduto pochi secondi dopo. “Mai avrei immaginato che si sarebbe avvicinato per colpirmi”.

Il racconto si fa più preciso, più duro. “Aveva un pugnale di almeno un palmo e mezzo, seghettato. Mi ha colpito tre volte all’altezza dell’ascella sinistra”. Le ferite sono state curate rapidamente, ma ciò che l’ha segnata davvero è stato lo sguardo del ragazzo. “Quando l’ho guardato, aveva occhi gelidi, freddi, senza anima. Lo sguardo di qualcuno che ha pianificato un’azione e la stava portando a termine”. Nella percezione della professoressa non c’è spazio per l’impulsività. “Era lucido, consapevole”.

Nonostante tutto, Marsilio non si lascia intimidire. Alla domanda se tornerà in classe, risponde con una sicurezza che non lascia margini. “Non ho paura di tornare a insegnare”. E aggiunge un pensiero che spiazza per la sua apertura. “Sarei disposta a incontrarlo. Vorrei che mi spiegasse da dove nasce questo odio nei miei confronti”.

Il suo racconto non è solo la cronaca di un’aggressione. È il ritratto di una docente che rivendica il proprio ruolo, la propria missione educativa e la propria capacità di guardare oltre la violenza. In un momento in cui la scuola italiana si interroga sulla fragilità dei ragazzi e sulla sicurezza degli insegnanti, la voce di Isabella Marsilio si distingue per una forza che non cerca clamore, ma comprensione.

Drone su Kursk, l’ombra della guerra sfiora il nucleare. Macron avverte l’Europa: “Le minacce ibride non resteranno impunite”

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La guerra tra Russia e Ucraina ha compiuto un nuovo salto di tensione, questa volta toccando uno dei punti più sensibili dell’intero scacchiere: una torre di raffreddamento della centrale nucleare di Kursk è stata colpita da un drone proveniente dall’Ucraina. A confermarlo è l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che ha ricevuto comunicazioni dirette dalle autorità russe. L’unità del reattore era operativa al momento dell’impatto, un dettaglio che ha immediatamente acceso l’attenzione degli organismi di controllo internazionali.

Secondo le prime verifiche, non si sono registrati danni significativi né alterazioni nei parametri di sicurezza dell’impianto. Le strutture hanno continuato a funzionare regolarmente e non sono stati rilevati incendi o fughe radioattive. Tuttavia, il direttore generale dell’AIEA, Rafael Mariano Grossi, ha ribadito che ogni azione militare nei pressi di infrastrutture nucleari rappresenta un rischio che nessun Paese può permettersi di ignorare. La sicurezza atomica, ha ricordato, non conosce confini e non tollera zone grigie.

Mentre da Kursk arrivavano le prime conferme, da Parigi giungeva un messaggio altrettanto netto. Emmanuel Macron ha parlato di un’Europa esposta a una nuova stagione di minacce ibride, una combinazione di attacchi informatici, sabotaggi, operazioni clandestine e pressioni militari che, secondo il presidente francese, mirano a destabilizzare il continente e a testarne la resilienza. “Nessuno è al sicuro”, ha dichiarato, sottolineando che la risposta europea sarà coordinata e non tarderà ad arrivare.

Il riferimento agli “attacchi ibridi” non è casuale: negli ultimi mesi diversi governi europei hanno segnalato episodi sospetti ai danni di infrastrutture critiche, dalle reti energetiche ai sistemi di comunicazione. L’incidente di Kursk, pur non avendo provocato conseguenze materiali, si inserisce in un quadro più ampio in cui la guerra non si combatte solo sul campo, ma anche attraverso la pressione psicologica e la dimostrazione di vulnerabilità strategiche.

L’Europa osserva con crescente inquietudine. La centrale di Kursk, una delle più grandi della Russia occidentale, è un simbolo della complessità del conflitto: un luogo dove la tecnologia nucleare, la sicurezza internazionale e la guerra convenzionale si sfiorano pericolosamente. L’episodio non ha generato emergenze, ma ha ricordato quanto sia sottile la linea che separa un incidente circoscritto da una crisi di portata continentale.

Macron, nel suo intervento, ha invitato gli alleati a rafforzare la protezione delle infrastrutture strategiche e a prepararsi a rispondere con fermezza a ogni tentativo di destabilizzazione. La guerra in Ucraina continua a ridisegnare gli equilibri europei, e l’attacco alla centrale di Kursk è un segnale che nessuno può permettersi di sottovalutare.

Se desideri, posso elaborare una versione più lunga, più analitica oppure più orientata al taglio politico-internazionale.

Trump valuta accordi economici con Putin prima della fine della guerra in Ucraina

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La diplomazia americana prova a cambiare passo sul dossier ucraino e guarda anche all’economia come possibile strumento per avvicinare Mosca al tavolo dei negoziati. Secondo il New York Times, la Casa Bianca starebbe valutando la possibilità di raggiungere accordi economici con la Russia ancora prima della conclusione della guerra in Ucraina. A riferirlo sono due fonti vicine ai colloqui citate dal quotidiano statunitense.

L’ipotesi segnerebbe un cambio di impostazione rispetto alla linea sostenuta finora da Washington, secondo cui l’aumento della pressione economica e militare rappresenterebbe la strada principale per spingere Vladimir Putin ad accettare un compromesso. L’amministrazione Trump, tuttavia, starebbe considerando anche una strategia fondata sulla prospettiva di una futura cooperazione economica.

L’obiettivo sarebbe duplice: creare un interesse concreto per Mosca nella ripresa delle relazioni con gli Stati Uniti e, allo stesso tempo, convincere le componenti più ostili a Washington all’interno dell’élite russa che Trump sia realmente intenzionato ad aprire una nuova fase nei rapporti bilaterali. In questa prospettiva, gli eventuali accordi commerciali non sarebbero soltanto una conseguenza di un’intesa politica, ma potrebbero diventare essi stessi una leva diplomatica.

A Mosca, intanto, il Cremlino continua a muoversi su un terreno segnato dalla guerra e dalle crescenti tensioni economiche. Mentre la Russia si prepara alle prime elezioni legislative dall’inizio del conflitto, il cui esito appare fortemente condizionato dal predominio politico di Putin, il presidente russo ha disposto per decreto il passaggio sotto controllo temporaneo dello Stato di alcuni asset riconducibili ai gruppi occidentali Nestlé e Auchan.

È un altro segnale della trasformazione del rapporto tra il Cremlino e le aziende straniere rimaste sul mercato russo dopo l’invasione dell’Ucraina. Il controllo statale degli asset occidentali rappresenta infatti uno degli strumenti attraverso cui Mosca ha risposto al progressivo disimpegno delle multinazionali e alle sanzioni imposte dall’Occidente.

Sul fronte militare, intanto, la tensione resta alta. Dopo la recente violazione dello spazio aereo della Lituania da parte di jet militari russi, allontanati da caccia italiani impegnati nella missione Nato, l’Aeronautica ucraina ha riferito di aver abbattuto durante la notte 69 droni e tre missili lanciati dalla Russia.

Il quadro resta dunque quello di una guerra ancora aperta, mentre sul piano diplomatico Washington sembra esplorare una strada diversa: non soltanto aumentare il costo economico e militare del conflitto per Mosca, ma anche offrire al Cremlino una prospettiva di ritorno alla cooperazione. La scommessa della Casa Bianca è che la convenienza economica possa diventare, insieme alla pressione, una delle chiavi per riaprire il dialogo con Putin.

Fiera Milano, la moda fa sistema: Fashion Link chiude con 37.000 visitatori

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Si chiude a Fiera Milano l’edizione di settembre di Fashion Link Milano, la grande piattaforma che unisce MICAM Milano, MIPEL, Milano Fashion&Jewels e TheOneMilano, registrando il successo di 37.000 visitatori professionali. Con sette padiglioni occupati e la fiera SIMAC Tanning Tech ancora in corso, l’evento ha dimostrato la forza di una visione di sistema capace di valorizzare l’intera filiera della moda. Altissimo il tasso di internazionalizzazione, con buyer arrivati dai principali mercati europei, tra cui Spagna, Germania e Francia, e da colossi extra-UE come Stati Uniti, Cina, Giappone, Nigeria e Sud Africa.

Il vero filo conduttore di questa edizione di settembre è stata la trasformazione dell’esperienza d’acquisto dei buyer. All’interno dei padiglioni si è assistito a una perfetta integrazione tra la dimensiona fisica e quella virtuale. Ricerca digitale, selezione delle collezioni e gestione delle agende si sono fuse con l’incontro diretto con le aziende, confermando la fiera nel suo ruolo centrale di piattaforma per il confronto e la nascita di nuove relazioni commerciali.

Per accompagnare questa evoluzione, i saloni hanno messo in campo un ecosistema di servizi all’avanguardia basato su strumenti digitali avanzati e piattaforme di matchmaking mirate. A questi si sono affiancati contenuti di approfondimento specialistico, momenti di formazione strategica e sfilate con approcci differenti, studiati per rispondere con precisione alle esigenze specifiche di ogni mercato, cliente, azienda e visitatore della filiera moda.

Il successo di questa edizione di settembre consolida definitivamente il modello espositivo di Fashion Link Milano, una formula vincente basata sulla complementarità. Mettendo a sistema manifestazioni dalle identità forti e ben definite, la piattaforma si conferma un asset strategico in grado di rappresentare l’intera filiera della moda e i suoi mercati chiave.

Chiusi i battenti a Fiera Milano, gli occhi sono già puntati sul prossimo capitolo. L’appuntamento con la prossima edizione è fissato dal 20 al 23 febbraio 2027 con un calendario mirato per ottimizzare l’agenda degli operatori. I saloni di Milano Fashion&Jewels, Sì Sposaitalia Collezioni e TheOneMilano animeranno i padiglioni dal 20 al 22 febbraio, mentre MICAM Milano e MIPEL andranno in scena nei giorni immediatamente successivi, dal 21 al 23 febbraio.

Catania, laboratorio clandestino per le armi stampate in 3D: arrestato un 27enne

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Un garage trasformato in un laboratorio clandestino per produrre parti di armi attraverso la stampa 3D. È quanto hanno scoperto gli investigatori della Squadra Mobile della Questura di Catania a San Giovanni La Punta, dove è stato arrestato un 27enne ritenuto coinvolto nella realizzazione di quelle che nel gergo vengono definite “ghost guns”, le cosiddette armi fantasma.

Si tratta di dispositivi o componenti realizzati anche attraverso stampanti 3D e specifici materiali polimerici che, una volta assemblati con gli elementi meccanici necessari, possono essere in grado di sparare. Un fenomeno seguito con particolare attenzione dalle forze dell’ordine anche per la possibilità di produrre parti d’arma fuori dai tradizionali circuiti di fabbricazione e distribuzione.

Nel garage gli agenti hanno trovato una stampante 3D professionale, sette flaconi contenenti liquidi e resine polimeriche e una chiavetta Usb collegata alla macchina. Al suo interno erano presenti file relativi a progetti tridimensionali di armi.

Gli accertamenti hanno portato anche al sequestro di una pistola lanciarazzi del tipo “front-firing”, calibro 22. L’arma era dotata di un caricatore a slitta con sei fori e di un bicchierino cilindrico destinato alla carica di razzi di segnalazione. Insieme alla pistola sono state trovate 42 cartucce a salve.

L’attività investigativa non si sarebbe però fermata alla produzione di componenti per armi. Nella stessa abitazione gli agenti hanno scoperto anche un quantitativo significativo di sostanze stupefacenti, in parte di natura sintetica. Sono stati sequestrati 163 grammi di ketamina, quasi 100 grammi di hashish, 0,4 grammi di Mdma in cristalli, 0,3 grammi di “jungle spice”, raro stupefacente sintetico in cristalli ambrati, e 3,5 grammi di marijuana.

Nel corso della perquisizione sono stati inoltre trovati 5.630 euro in contanti, suddivisi in banconote di diverso taglio. Secondo gli investigatori, il denaro sarebbe riconducibile all’attività illecita, anche alla luce del fatto che il 27enne è risultato privo di un’occupazione lavorativa.

Al termine degli accertamenti, il giovane è stato arrestato con le accuse di spaccio di sostanze stupefacenti e detenzione illegale di arma da sparo. Il Gip ha convalidato l’arresto e disposto nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere.

L’inchiesta accende così i riflettori su un fenomeno che unisce tecnologie di produzione sempre più accessibili e mercati illegali: la possibilità di utilizzare strumenti digitali e stampanti 3D per realizzare componenti destinati ad armi rappresenta una delle nuove frontiere sulle quali si concentrano le attività investigative.

Salmonella nelle scuole della Val Trompia, il focolaio sale a 114 casi

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Il focolaio di tossinfezione alimentare che ha coinvolto alcune scuole e nidi della Val Trompia, nel Bresciano, raggiunge quota 114 casi sintomatici. Un numero che, precisa Ats Brescia, non corrisponde a una nuova ondata di persone che si sono ammalate nelle ultime ore: si tratta di casi segnalati progressivamente, ma con l’insorgenza dei sintomi riconducibile allo stesso periodo degli altri episodi.

Tra le persone interessate figurano anche alcuni adulti. Il dato più significativo riguarda però i bambini: sono ancora 12 quelli ricoverati negli ospedali bresciani. Otto si trovano agli Spedali Civili di Brescia, mentre quattro sono ricoverati alla Poliambulanza.

Sul fronte clinico, arrivano segnali incoraggianti. Il numero dei ricoverati è infatti in diminuzione grazie alle prime dimissioni e, secondo quanto riferito da Ats, i bambini ancora in ospedale presentano condizioni stabili oppure in progressivo miglioramento.

Gli esami confermano la presenza di salmonella

A fornire un primo elemento concreto sull’origine della sintomatologia sono gli accertamenti di laboratorio. Gli esami effettuati in ambito ospedaliero sui piccoli pazienti hanno evidenziato la presenza di salmonella.

Si tratta di un passaggio importante nell’inchiesta sanitaria, ma non ancora della risposta definitiva alla domanda centrale: come e dove sia avvenuta la contaminazione.

Per ricostruire la catena che ha portato al focolaio, Ats Brescia sta proseguendo gli accertamenti sia sui pazienti sia sugli alimenti distribuiti nelle strutture coinvolte.

Sotto esame i pasti del 10 e dell’11 settembre

Gli ispettori stanno effettuando anche indagini di laboratorio sui pasti serviti il 10 e l’11 settembre. Le preparazioni sono state conservate nel centro unico di cottura come campioni di controllo, una sorta di “pasto prova” o “scatola nera” della produzione alimentare.

Proprio quei campioni potrebbero contribuire a chiarire se esista un collegamento tra gli alimenti somministrati nelle due giornate e i casi di salmonellosi riscontrati tra bambini e adulti.

L’indagine resta quindi aperta. Al momento, l’accertamento della presenza di salmonella nei piccoli pazienti rappresenta il primo elemento microbiologico emerso con chiarezza, mentre gli esami sui pasti e gli ulteriori controlli dovranno stabilire l’eventuale origine della contaminazione e ricostruire con precisione la dinamica del focolaio.

Nel frattempo, la situazione clinica appare in evoluzione favorevole: dei 12 bambini ancora ricoverati, alcuni hanno già iniziato il percorso verso le dimissioni e, secondo Ats Brescia, tutti presentano condizioni stabili o in miglioramento.