24 Ottobre 2026, sabato
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Sandro Mazzola, addio a un simbolo del calcio italiano

Aveva 83 anni. Figlio di Valentino, cresciuto nel mito e nel dolore di Superga, fu il volto della Grande Inter di Helenio Herrera e uno dei protagonisti della Nazionale di Valcareggi. Quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Intercontinentali e una vita intera nel segno del nerazzurro

Il calcio italiano perde uno dei suoi volti più riconoscibili. Sandro Mazzola è morto a 83 anni. L’annuncio è arrivato nella notte del 19 settembre dall’Inter, la squadra alla quale aveva legato tutta la propria carriera e una parte decisiva della propria identità. Un addio che chiude il percorso di uno degli ultimi grandi protagonisti di un’epoca nella quale il calcio italiano seppe diventare potenza europea e mondiale.

Mazzola non è stato soltanto il figlio di Valentino, il capitano del Grande Torino scomparso nella tragedia di Superga. È stato l’uomo che riuscì a trasformare un cognome immenso, e insieme doloroso, in una storia completamente propria. Aveva poco più di sei anni quando perse il padre. Il mito di Valentino arrivò a lui attraverso i racconti, le fotografie, la memoria degli altri. Sandro scelse invece di costruire il proprio nome sul campo, con la maglia dell’Inter addosso.

È una delle vicende più singolari e potenti dello sport italiano. Il figlio del capitano del Grande Torino finì per diventare uno dei simboli della Grande Inter. Due dinastie calcistiche diverse, due epoche, due maglie, unite dalla stessa famiglia e dalla stessa passione.

Dalla tragedia di Superga alla Grande Inter

La sua storia nerazzurra cominciò quando era ancora bambino. A favorire la crescita del talento furono due figure centrali dell’Inter di allora: Giuseppe Meazza, che contribuì alla sua formazione tecnica, e Benito Lorenzi, il celebre “Veleno”, che arrivò a casa Mazzola a Cassano d’Adda con un pallone e un paio di scarpe da calcio.

Poi arrivò la prima squadra, quasi troppo presto. Il 10 giugno 1961 Mazzola fu schierato nella celebre ripetizione di Juventus-Inter, una partita nata dalla decisione del club nerazzurro di mandare in campo la formazione Primavera. La Juventus vinse 9-1, ma l’unica rete interista fu proprio quella del diciottenne Sandro, su rigore. Quella sconfitta pesantissima sarebbe diventata, paradossalmente, l’inizio di una delle carriere più luminose del calcio italiano.

Helenio Herrera intuì presto che Mazzola non poteva essere incasellato in un ruolo tradizionale. Non era soltanto una punta e non era soltanto un centrocampista. Era un giocatore capace di muoversi tra le linee, attaccare lo spazio, inserirsi, segnare e cambiare ritmo alla partita. Una seconda punta ante litteram, con il talento per leggere il gioco e la personalità per assumersene la responsabilità.

La consacrazione arrivò a Vienna, nella finale di Coppa dei Campioni del 1964. Contro il Real Madrid di Alfredo Di Stéfano e Ferenc Puskás, Mazzola firmò una doppietta e contribuì in maniera decisiva al primo trionfo europeo della storia interista. Fu la notte in cui il ragazzo diventò definitivamente un campione.

Da lì nacque la leggenda.

La Grande Inter di Angelo Moratti ed Helenio Herrera aveva nella difesa di ferro, nella disciplina tattica e nella straordinaria qualità dei suoi interpreti i propri tratti distintivi. Mazzola ne rappresentava però il volto più riconoscibile insieme agli altri grandi protagonisti di quella squadra: Facchetti, Burgnich, Picchi, Suarez, Corso, Jair.

Con l’Inter conquistò quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Fu capocannoniere in Serie A nel 1965, con 17 reti, e in Coppa dei Campioni nel 1964, con sette gol. Nel 1971 arrivò anche il secondo posto nella classifica del Pallone d’Oro, alle spalle di Johan Cruijff.

In totale furono 17 stagioni in nerazzurro, 565 partite ufficiali e 158 gol, secondo i dati riportati dall’Inter nel ricordo pubblicato dopo la sua scomparsa.

L’Italia, Rivera e una staffetta diventata storia

Se l’Inter fu la sua casa, la Nazionale fu il palcoscenico sul quale Mazzola entrò definitivamente nell’immaginario collettivo.

Con l’Italia conquistò l’Europeo del 1968 e raggiunse la finale del Mondiale del 1970, in Messico. Ma quella generazione è rimasta nella memoria soprattutto per il confronto, dentro e fuori dal campo, tra Mazzola e Gianni Rivera.

Inter e Milan, nerazzurro e rossonero, due modi diversi di interpretare il ruolo e il calcio. La rivalità tra i due fu trasformata da Ferruccio Valcareggi nella celebre “staffetta”, una soluzione tattica diventata nel tempo anche un fenomeno nazionale. Mazzola e Rivera non furono soltanto due campioni chiamati a contendersi una maglia. Furono due simboli di una Milano calcistica che aveva imparato a parlare attraverso loro.

Nel 1970, durante il Mondiale messicano, Mazzola fu protagonista della straordinaria semifinale contro la Germania Ovest, la partita passata alla storia come la “Partita del Secolo”. L’Italia vinse 4-3 dopo i tempi supplementari e conquistò l’accesso alla finale contro il Brasile di Pelé.

La Coppa del Mondo sfuggì agli azzurri, battuti 4-1, ma quella squadra rimase una delle più celebri della storia della Nazionale. Mazzola ne fu uno dei volti.

Con l’Italia avrebbe raccolto 70 presenze e 22 reti.

L’ultimo saluto sul campo

La carriera da calciatore si concluse nel 1977, dopo 17 stagioni con la stessa maglia. Anche l’ultima partita ebbe qualcosa di simbolico: una finale di Coppa Italia contro il Milan, con Rivera dall’altra parte.

Al termine di quella sfida, persa dall’Inter, Mazzola pronunciò una frase tratta dalla Divina Commedia: “Vuolsi così colà dove si puote”. Era la conclusione di una storia lunga quasi vent’anni, cominciata con un ragazzo mandato in campo in una partita finita 9-1 e terminata con uno dei calciatori italiani più celebrati del suo tempo.

Ma per Mazzola il calcio non finì con il ritiro.

Dal campo alla scrivania, fino a Ronaldo

Il rapporto con l’Inter proseguì anche dopo aver appeso gli scarpini al chiodo. Mazzola intraprese la carriera dirigenziale e arrivò a ricoprire il ruolo di direttore sportivo. In quella veste continuò a muoversi dentro il calcio con la stessa curiosità che lo aveva accompagnato da giocatore.

Il suo nome è legato anche all’arrivo a Milano di Ronaldo, il Fenomeno, nell’estate del 1997. Un’operazione destinata a diventare uno dei trasferimenti più iconici della storia recente dell’Inter e un altro capitolo di quel rapporto quasi familiare tra Mazzola e il club nerazzurro.

Negli anni successivi ci furono altre esperienze dirigenziali, compreso il Torino, la società che era stata di suo padre Valentino. Poi la televisione, il ruolo di opinionista e il ritorno periodico a San Siro e ad Appiano Gentile.

Fino agli ultimi anni, quando Mazzola continuava a essere una presenza capace di riannodare il filo tra il calcio di oggi e quello di un’altra epoca.

La sua storia, in fondo, è tutta dentro questa contraddizione: essere nato con un’eredità impossibile da ignorare e avere finito per costruirne una altrettanto grande. Valentino Mazzola apparteneva al mito del Grande Torino. Sandro a quello della Grande Inter.

Due padri simbolici di due epoche del calcio italiano. E un figlio che, invece di vivere all’ombra del primo, riuscì a diventare protagonista della propria leggenda.

Sandro Mazzola se ne va a 83 anni. Resta il “Baffo”, resta il numero 10, restano le notti europee, la maglia azzurra, la staffetta con Rivera, i gol e quel 9-1 diventato, molti anni dopo, quasi un manifesto della sua vita.

Perché proprio Mazzola, ricordando quella partita, aveva indicato il modo in cui avrebbe voluto essere ricordato: come un uomo capace di giocarsela anche quando sembrava impossibile vincere.

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