A cura di Daniele Cappa
Ci sono momenti in cui il linguaggio politico smette di essere allusivo e diventa rivelatore. L’intervento di Roberto Vannacci al Caffè della Versiliana 2026 appartiene a questa categoria: non tanto per le singole dichiarazioni, quanto per la loro coerenza interna, per il filo ideologico che le lega e che, questa volta, appare senza filtri.
A partire dal tema delle frontiere. Commentando la decisione del governo Meloni di ripristinare i controlli con la Spagna dopo l’emergenza migratoria a Ceuta, Vannacci liquida la misura come ordinaria amministrazione: «La sospensione di Schengen è prevista». Ma subito rilancia: «Io avrei fatto di più, avrei blindato le frontiere». Non è solo una differenza di grado, ma di paradigma. Dove il diritto europeo prevede strumenti temporanei e proporzionati, Vannacci propone una chiusura totale, evocata con un lessico militare che trasforma la gestione dei flussi in una logica di assedio.
Questo passaggio, apparentemente tecnico, è in realtà il primo tassello di una visione più ampia. Perché quando il leader di Futuro Nazionale parla di Europa, chiarisce subito di non voler uscire dall’Unione, ma di volerla cambiare radicalmente. E indica anche la direzione: l’ascesa dell’AfD in Germania e la possibile affermazione di Marine Le Pen in Francia. Non si tratta di semplici riferimenti elettorali, ma della costruzione di un asse politico che mira a ridefinire l’Europa su basi nazionaliste, identitarie e sovraniste.
È qui che il discorso smette di essere contingente e assume un significato storico. Perché il progetto delineato non si limita a criticare l’assetto attuale dell’Unione europea: ne mette in discussione i principi fondativi — cooperazione, integrazione, tutela dei diritti — per sostituirli con una visione centrata sulla primazia assoluta dello Stato-nazione, sulla chiusura e sull’omogeneità culturale.
Non è un caso che anche sul piano interno Vannacci scelga di marcare una distanza netta, accusando il governo di aver proseguito l’“agenda Draghi e della sinistra” e indicando nello Ius Scholae uno dei simboli di questa continuità. Il messaggio è chiaro: non basta restringere, bisogna invertire la direzione.
Ma è proprio nella somma di questi elementi che emerge il punto più controverso — e più rilevante. Perché l’intervento della Versiliana segna, di fatto, un passaggio politico preciso: Vannacci ha smesso di muoversi tra ambiguità e provocazioni episodiche e ha scelto di esporre apertamente la propria visione. Una visione che, per struttura e riferimenti, richiama modelli ideologici riconducibili all’area nazi-fascista, non tanto come riproposizione storica diretta, quanto come ripresa di categorie, linguaggi e priorità che appartengono a quella tradizione.
Non è una questione di etichette, ma di contenuti. La centralità dell’ordine come valore assoluto, la riduzione della complessità sociale a problema di sicurezza, l’idea di confini impermeabili, la diffidenza verso il pluralismo culturale, il richiamo a una sovranità intesa in senso esclusivo: sono tutti elementi che, letti insieme, delineano un impianto ideologico che guarda più agli anni Trenta del Novecento che all’Europa del XXI secolo.
Ed è qui che il tema diventa inevitabilmente costituzionale. L’Italia è una democrazia fondata anche sulla memoria di ciò che è stato il fascismo. La Costituzione garantisce la libertà di espressione, ma pone un limite netto: il divieto di ricostituzione del partito fascista. Tuttavia, la questione sollevata dalle parole di Vannacci va oltre il perimetro giuridico. Non si tratta solo di verificare se esista o meno una violazione formale, ma di interrogarsi su un fenomeno più profondo: la progressiva normalizzazione di un immaginario politico che la storia repubblicana aveva relegato ai margini.
In questo senso, l’immagine della “maschera di Pulcinella” che cade non è solo suggestiva, ma calzante. Perché ciò che emerge non è un’improvvisa radicalizzazione, bensì la rivelazione di un impianto che era già presente, ma che ora viene rivendicato senza più mediazioni.
Anche l’annuncio della candidatura di Carmelo Burgio a sindaco di Milano si inserisce in questa cornice. La scelta di un profilo legato alla sicurezza e alle istituzioni viene accompagnata da un linguaggio che insiste su interventi duri, su una città da “rivoltare come un calzino”, su operazioni quasi di bonifica sociale. Ancora una volta, il lessico non è neutro: costruisce una rappresentazione della realtà in cui il conflitto sociale diventa un problema da risolvere con strumenti di controllo più che con politiche di inclusione.
Sul fronte politico, Vannacci rimanda ogni discorso sulle alleanze a ridosso delle elezioni, rivendicando nel frattempo una crescita nei consensi: «Andiamo avanti come treni». Ma il dato più significativo non è tanto la strategia elettorale quanto la chiarezza ideologica. In un panorama spesso segnato da ambiguità e tatticismi, la sua posizione ha il merito — o il limite — di essere esplicita.
E proprio per questo merita una riflessione altrettanto esplicita. Perché il rischio non è solo quello di uno scontro politico più acceso, ma di uno slittamento del dibattito pubblico verso categorie che mettono in discussione l’equilibrio democratico costruito in Italia ed Europa negli ultimi settant’anni.
Non si tratta di censurare, né di negare il diritto di esprimere posizioni radicali. Si tratta, piuttosto, di riconoscerne la natura e le implicazioni. E di chiedersi, con lucidità, se la direzione indicata — fatta di chiusura, identità rigida e centralità della forza — rappresenti davvero una risposta alle sfide contemporanee o non sia, invece, il segnale di una regressione culturale e politica.
La Versiliana, quest’anno, non è stata solo un palcoscenico estivo. È stata, per Vannacci, una dichiarazione d’intenti. E per il dibattito pubblico italiano, un banco di prova: capire se ciò che è stato detto verrà archiviato come provocazione o affrontato per quello che appare sempre più chiaramente — un progetto politico che guarda indietro, mentre il mondo, inevitabilmente, va avanti.