25 Ottobre 2026, domenica
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Migrazione, Integrazione, Assimilazione

Il mondo pieno di Little Italy e ChinaTown, ad indicare come i grandi processi migratori abbiano consentito forme di integrazione assai più che di assimilazione. L'integrazione è economica e l'assimilazione è fenomeno culturale, assai più complesso e articolato.

A cura di Gilberto Borzini

Parlando di migrazione qualche amico mi fa notare che nello sviluppo della migrazione, soprattutto dall’Africa verso l’Italia, “loro non si vogliono integrare”.

Mi tocca dissentire: la moltitudine di piccoli esercizi commerciali eserciti da imprenditori migranti e di artigiani attivi nelle più diverse specializzazioni indicano con chiarezza che i processi di “integrazione” sono ampiamente avviati laddove l’integrazione definisce un processo economico che consente il sempre maggior inserimento nel tessuto produttivo e sociale ospitante.

Spesso anche nei processi di integrazione le difficoltà linguistiche e la comprensione delle normative e delle prassi legislative rappresentano un ostacolo, e a sostegno dell’integrazione molto valore assume l’etnia originaria, la cui comunità accoglie e orienta il nuovo arrivato.

L’emigrazione, imponente e massiva, italiana definì in molte aree del pianeta consistenti concentrati  di italianità, nel bene e nel male, dall’alimentazione alla mafia, che vivevano una sorta di “universo parallelo” rispetto alla società originaria.

Oggi, a parti inverse, si ripropone il medesimo meccanismo e anche a Vercelli individuiamo con facilità “specialità professionali etniche” e vere e proprie enclave tipizzate.

Altra cosa è l’assimilazione.

Nell’assimilazione è il “modo di pensare” che si sovrappone, è lo sguardo alla realtà, è il gusto, la modalità di consumo del proprio tempo, il partecipare un modello sociale e culturale.

L’assimilazione è un percorso molto difficile e controverso che chiede all’assimilando di rinunciare almeno in parte ad alcune caratteristiche strutturali del proprio essere originario, della propria appartenenza originaria. Per questo è stato nel tempo e nei diversi continenti un processo soggetto a fallimenti che considero inevitabili: a nessuno dovrebbe essere chiesto di rinunciare alla propria identità culturale, a maggior ragione in una società che sulla diversità definisce un modello di confronto e di crescita collettiva.

Rimane allora, nel percorso di integrazione, il rispetto della Legge come caratteristica definitiva.

Non la Fede, ma la Legge.

La Fede, qualsiasi Fede, essendo un Credo e non un Sapere, agendo quindi più nella sfera emotiva che in quella razionale favorisce l’esaltazione e il fanatismo.

La Legge è accettazione razionale delle regole e delle norme di convivenza e il rispetto della Legge deve allora considerarsi come elemento distintivo tra integrazione e non integrazione definendo con la prima l’accesso alle opportunità e ai sostegni che l’organizzazione sociale, lo Stato, mette a disposizione dei partecipanti integrati al suo modello sociale.

Lo Stato Laico

In questa chiave di lettura lo Stato, organizzazione sociale e normativa, non può che essere e presentarsi come Laico, ovvero composto e governato dalla Legge e non vincolato alla Fede, ovvero ad un elemento che storicamente ha definito discriminazioni e conflitti, disappartenenze e ghettizzazioni. Il che significa, in parole semplici, che nessuno simbolo fideistico dovrebbe apparire all’interno delle strutture pubbliche essendo la Legge a governare il Pubblico e la Fede, qualora vissuta e partecipata, ad orientare il Singolo.

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