14 Luglio 2026, martedì
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“Con chi parlo?”: il mistero dell’identità nel dialogo umano

Dalla psicoanalisi alla filosofia, passando per visioni mitologiche e teosofiche, il tema dell’identità del soggetto resta un enigma. Un viaggio tra Freud, Jung, Groddeck e Hillman per comprendere chi davvero ascoltiamo quando ascoltiamo l’altro.

A cura di Gilberto Borzini

LA RIFLESSIONE

La prima domanda che si dovrebbe porre a chi ricorre al nostro ascolto è: “Con chi parlo?”. Interrogativo essenziale, che mira a identificare il soggetto di riferimento prevalente che si cela dietro il Logos, ossia la verbalizzazione attraverso cui l’individuo si esprime.

Sul “chi sia” il nostro interlocutore esistono infinite risposte e altrettante scuole di pensiero. Si spazia dall’inconscio nevrotico freudiano alla radice mitologica junghiana; dalla visione medicale, strutturale e chimico-fisica, a quella psicosomatica dell’Es caro a Groddeck; dal Daimon filosofico di ascendenza platonica all’anima teosofica. Il quadro si complica ulteriormente quando si ipotizza che, nel dialogo, si colloqui con una pluralità di “soggetti”, ciascuno portatore di istanze specifiche, talvolta contraddittorie.

Di fronte a tale complessità, spesso ci si rifugia nell’identità anagrafica e documentale, che propende per una costruzione della personalità mediata dal contesto sociale, dagli eventi storici, da guerre e ribellioni, da regimi e democrazie, nonché dalle relazioni familiari e affettive.

Eppure, il mistero prevale.

Non può che trattarsi di Mistero se, all’alba del nuovo millennio, James Hillman — ne Il codice dell’Anima — riprende il concetto platonico di Daimon: un’entità autonoma e indipendente che “sceglie la nostra vita prima del nostro concepimento” e, una volta compiuta tale scelta, orienta l’individuo verso l’ambiente più adatto al raggiungimento dei propri obiettivi.

Una teoria mitologico-filosofica che può apparire bizzarra, soprattutto se sostenuta da un numero limitato di casi di successo citati dall’autore, a fronte di una moltitudine silenziosa di esistenze segnate da mediocrità, invisibilità o disagio.

Sull’anima — e dell’anima — hanno scritto saggi imponenti anche Michel Onfray (Anima) e Vito Mancuso (L’anima e il suo destino), senza tuttavia chiarire definitivamente la questione cruciale: “con chi si parla” quando si ascolta l’altro.

Se si accantonano le ipotesi di matrice teomitologica, restano, almeno in prima istanza, la trinità psicologica freudiana (Es, Io e Super-Io) e la visione di Groddeck, che descrive l’Es come “il soggetto che abita il mio corpo prima di me”.

Secondo Groddeck, l’Es rappresenta la nostra autentica personalità: nasce nel mistero della fecondazione, scintilla primigenia della nostra animalità originaria, e tende a vivere, sopravvivere, evitare il dolore e affermare il proprio dominio. È una forza primitiva, aggressiva e narcisista, che per esistere deve imporsi e, nel farlo, non esita alla violenza, salvo poi essere educata e contenuta dagli interventi familiari e sociali.

Il risultato di questo conflitto permanente tra l’Es originario e le istanze interiorizzate del Super-Io sarebbe ciò che chiamiamo Io: un soggetto inevitabilmente transitorio, costantemente modificato dal divenire, dalle esperienze, dagli schemi relazionali e dai comportamenti.

In questa prospettiva, il dialogo con chi chiede ascolto diventa ogni volta più complesso e affascinante, imponendo all’ascoltatore di interrogarsi non solo al primo incontro, ma anche in quelli successivi: “Chi sto ascoltando?”.

L’inconscio comunica per simboli, ma tali simboli si definiscono in relazione a ciò che intendono esprimere; e il linguaggio, simbolo primario della rappresentazione umana, ne costituisce la forma privilegiata.

“In principio era il Verbo”, scrisse qualcuno. E noi, in fondo, siamo il linguaggio che utilizziamo.

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