7 Ottobre 2026, mercoledì
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Gaza, pressing Usa per la fine della guerra: Trump incontra Netanyahu. Accordo in vista?

Il tycoon rilancia la sua influenza diplomatica con un piano che prevede tregua, ritiro graduale di Israele e rilascio degli ostaggi. Hamas nega di aver ricevuto proposte. La Flotilla diretta verso Gaza non si ferma, nonostante gli appelli alla cautela da parte del governo italiano.

WASHINGTON – In un momento di estrema fragilità per il Medio Oriente, la Casa Bianca torna ad essere il centro della diplomazia internazionale. Il protagonista è Donald Trump, che – forte della sua rinnovata visibilità politica in vista delle presidenziali del 2024 – ha ricevuto il premier israeliano Benjamin Netanyahu per discutere una possibile exit strategy dalla guerra in Gaza.

Secondo quanto trapela da fonti diplomatiche e media regionali, Washington e Tel Aviv sarebbero “vicinissimi” a un’intesa per porre fine al conflitto. Una svolta che, se confermata, rappresenterebbe un cambio di scenario dopo mesi di stallo, bombardamenti, crisi umanitaria e tensioni crescenti nella regione.

Nel frattempo, un’altra partita si gioca sul mare: la Flotilla internazionale diretta verso la Striscia ha ripreso la rotta e punta ad arrivare entro una settimana, sfidando il blocco navale imposto da Israele. Il governo italiano invita alla prudenza, ma gli attivisti confermano: “Non ci fermiamo”.

Il piano Trump: tregua, rilascio ostaggi e ritiro graduale

Il progetto che Donald Trump avrebbe messo sul tavolo durante l’incontro con Netanyahu prevede una tregua immediata, seguita dal rilascio entro 48 ore di tutti gli ostaggi ancora nelle mani di Hamas, e, a cascata, da un ritiro progressivo delle forze israeliane dalla Striscia.

Un’iniziativa che cerca di raccogliere consenso su più fronti: soddisfare Israele sul dossier ostaggi, rispondere alla crescente pressione internazionale per il cessate il fuoco e offrire all’opinione pubblica americana – sempre più divisa sul sostegno a Tel Aviv – una svolta diplomatica credibile.

Al momento non è noto se il piano abbia ricevuto l’avallo ufficiale del governo israeliano o se si tratti ancora di una proposta in fase esplorativa. Hamas, dal canto suo, ha dichiarato di “non aver ricevuto alcuna proposta da parte degli Stati Uniti”, segnalando un persistente scollamento tra le intenzioni americane e i canali diplomatici attivi sul campo.

La posizione americana e la telefonata con Meloni

L’attivismo di Trump sul dossier mediorientale si intreccia anche con le consultazioni internazionali. Nella serata di domenica, il premier italiano Giorgia Meloni ha avuto un colloquio telefonico con l’ex presidente americano, incentrato proprio sulla situazione a Gaza. Nessun dettaglio ufficiale è stato diffuso dalla Presidenza del Consiglio, ma fonti vicine al dossier parlano di “un confronto cordiale e approfondito” sulla possibilità di un cessate il fuoco duraturo e di iniziative umanitarie congiunte.

Il segnale è chiaro: la diplomazia parallela di Trump si muove in parallelo – e in competizione – con quella ufficiale dell’amministrazione Biden, il cui approccio, più prudente e multilaterale, finora non ha portato a una svolta.

Flotilla verso Gaza: la missione prosegue nonostante gli avvertimenti

Mentre le trattative si svolgono a porte chiuse, sul mare si muove un’altra forma di pressione politica e simbolica. Le imbarcazioni della Flotilla della Libertà, iniziativa internazionale a sostegno della popolazione civile palestinese e contro il blocco di Gaza, hanno ripreso la navigazione e dovrebbero raggiungere le acque territoriali entro quattro-sette giorni, salvo imprevisti o interventi della marina israeliana.

La portavoce della spedizione, Maria Elena Delia, ha confermato che “la missione continua”, nonostante le ripetute richieste di cautela da parte di diversi governi, tra cui l’Italia. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha espresso “profonda preoccupazione” per la sicurezza degli attivisti, ribadendo “l’importanza del dialogo” e “la necessità di evitare azioni che possano mettere a rischio la vita umana, in primis quella dei cittadini italiani coinvolti”.

Anche il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva già sconsigliato pubblicamente la partecipazione all’iniziativa, definendo “pericoloso” qualsiasi tentativo di forzare il blocco navale imposto da Israele.

La posizione degli attivisti, tuttavia, rimane inflessibile: la Flotilla, sostengono, è un’azione pacifica ma decisa, volta a richiamare l’attenzione internazionale sulla crisi umanitaria nella Striscia di Gaza, dove milioni di persone vivono sotto embargo da anni e ora affrontano una delle peggiori emergenze umanitarie del XXI secolo.

Una tregua ancora fragile: molti nodi irrisolti

Anche se i segnali da Washington indicano una possibile svolta, la strada verso un cessate il fuoco stabile rimane disseminata di ostacoli. Le condizioni poste da Israele – in particolare sulla smilitarizzazione di Hamas e sulla garanzia della sicurezza al confine sud – difficilmente potranno essere accolte in tempi rapidi da parte palestinese.

Allo stesso tempo, l’assenza di un interlocutore unitario nel campo palestinese complica ulteriormente qualsiasi negoziato: la frammentazione interna tra Hamas, Jihad Islamica, Autorità Nazionale Palestinese e altri gruppi locali rende difficile immaginare un accordo duraturo senza un forte supporto multilaterale.

A ciò si aggiunge la variabile regionale: Egitto, Qatar, Iran e Turchia continuano a esercitare influenze diverse, spesso contrastanti, sul futuro della Striscia. Mentre l’Unione Europea, spaccata al suo interno, fatica a produrre una linea comune di intervento.

La posta in gioco: Gaza, ma non solo

Per Donald Trump, il tentativo di porre fine alla guerra rappresenta anche una mossa strategica in chiave elettorale. Presentarsi come “risolutore di conflitti” potrebbe rafforzare la sua posizione sulla scena interna, dove è in corso una durissima sfida per la nomination repubblicana.

Per Netanyahu, invece, un accordo ben negoziato gli permetterebbe di rilanciare la propria immagine internazionale, appannata dalle critiche sulla gestione del conflitto e dalle proteste interne. Ma a Tel Aviv, l’opinione pubblica resta divisa: i familiari degli ostaggi chiedono un accordo rapido, mentre una parte della destra politica teme che una tregua troppo anticipata possa legittimare Hamas e indebolire la deterrenza israeliana.

Verso una settimana decisiva

Le prossime ore saranno cruciali. Da un lato, la diplomazia lavora sotto traccia per trovare una formula condivisa che consenta una fine onorevole del conflitto. Dall’altro, l’iniziativa della Flotilla rischia di riaccendere le tensioni sul terreno, riportando la questione del blocco navale e della crisi umanitaria al centro del dibattito globale.

Il conflitto in Gaza non è solo una crisi regionale: è lo specchio delle contraddizioni globali tra sicurezza e diritti, tra legittima difesa e proporzionalità, tra politica e umanità. Che il negoziato guidato da Trump porti o meno a un accordo immediato, una cosa è certa: la pace, ancora una volta, passa attraverso un equilibrio fragile, fatto di diplomazia, coraggio e, soprattutto, volontà politica.

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