Nell’area più incandescente del pianeta, la tensione torna a salire. Tre fronti – militare, politico e umanitario – si intrecciano in una spirale che appare sempre più fuori controllo, con l’orizzonte di una tregua che si allontana a ogni dichiarazione e a ogni nuovo raid. Secondo quanto riferito dall’emittente yemenita al-Masirah, legata al movimento Houthi, le forze israeliane avrebbero colpito nelle ultime ore la capitale dello Yemen, Sanaa.
Il raid – che non trova per il momento conferme ufficiali da parte delle autorità israeliane – avrebbe interessato aree nei pressi del complesso presidenziale e obiettivi militari riconducibili a basi missilistiche. La notizia, diffusa attraverso i canali ufficiali del movimento Houthi, rappresenta un possibile nuovo livello di coinvolgimento nella complessa rete di conflitti regionali: i ribelli sciiti yemeniti, sostenuti dall’Iran, sono da mesi impegnati in un’offensiva contro le navi commerciali nel Mar Rosso, dichiarando il proprio appoggio alla causa palestinese e opponendosi all’operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza.
Nel frattempo, sul fronte diplomatico, Hamas accusa apertamente il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di essere il principale ostacolo al raggiungimento di un accordo per il cessate il fuoco. In una dichiarazione ufficiale, il movimento islamista palestinese denuncia che “l’approvazione da parte di Netanyahu del piano di occupazione permanente di Gaza, successiva alla nostra accettazione della proposta dei mediatori, conferma la sua volontà di sabotare ogni intesa”.
Hamas afferma di aver accettato un accordo parziale con l’apertura a un’intesa più ampia, ma accusa il governo israeliano di “respingere tutte le soluzioni”. Il movimento sottolinea come “il cessate il fuoco sia l’unica via per riportare a casa i prigionieri” e attribuisce a Netanyahu “la piena responsabilità per il loro destino”. Parole durissime anche contro altri membri dell’esecutivo israeliano, tra cui Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, definiti “criminali di guerra”, e un appello finale alla mobilitazione internazionale, sia politica che popolare, per porre fine a quella che Hamas definisce “un’operazione genocida”.
Nel frattempo, la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza continua a raggiungere livelli drammatici. Secondo le autorità sanitarie locali, gestite da Hamas e citate dall’emittente Al Jazeera, altri otto palestinesi sono morti nelle ultime 24 ore a causa della malnutrizione, tra cui un bambino. Il bilancio aggiornato dall’inizio del conflitto parla di 289 decessi attribuiti direttamente alla fame, tra cui 115 bambini.
Munir al-Bursh, direttore generale del ministero della Salute di Gaza, lancia un nuovo allarme: “È una corsa contro il tempo per rispondere alla carestia”. La richiesta, rivolta alla comunità internazionale, è quella di una risposta umanitaria immediata e massiccia. Il blocco degli aiuti, le difficoltà di accesso ai centri abitati, la distruzione sistematica delle infrastrutture e l’interruzione delle forniture essenziali – acqua, elettricità, farmaci – stanno creando le condizioni per una catastrofe annunciata, aggravata dall’impossibilità di evacuare i feriti e garantire cure adeguate nei pochi ospedali ancora operativi.
Il bilancio della guerra, giunta al suo ventiduesimo mese, si aggrava quotidianamente e non risparmia nessun ambito: né quello militare, con raid che travalicano ormai i confini della Striscia, né quello politico, con un negoziato di pace sempre più distante, né quello umanitario, dove la sopravvivenza stessa è messa in discussione.
Il timore, condiviso da molte cancellerie occidentali e da organizzazioni umanitarie, è che la fase attuale della crisi possa sfociare in un conflitto regionale più ampio e incontrollabile, con il rischio di coinvolgimento diretto di nuovi attori statali e non statali. In questo contesto, ogni segnale di apertura viene oscurato da nuove accuse, raid e vittime civili, mentre le speranze di un cessate il fuoco sembrano affidate più alla pressione diplomatica internazionale che alla volontà politica delle parti in causa.
