TEL AVIV – La guerra a Gaza segna un nuovo, drammatico cambio di fase. Dopo mesi di conflitto, logoramento politico e scontro interno ai vertici dello Stato maggiore, dall’ufficio del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu arriva una dichiarazione che segna una cesura netta: «Occuperemo tutta la Striscia. La decisione è stata presa». A riportare le parole di un alto funzionario vicino al premier è Channel 12, emittente televisiva israeliana solitamente ben informata sulle dinamiche dell’esecutivo.
Una svolta annunciata
La linea dura di Netanyahu non è una novità. Ma la decisione di procedere con un’occupazione totale della Striscia di Gaza – un’azione che Israele aveva finora evitato per ragioni militari, diplomatiche e strategiche – rappresenta un salto qualitativo nelle operazioni contro Hamas. Secondo la fonte, Hamas non intende rilasciare gli ostaggi ancora detenuti senza «una resa totale» da parte di Israele. Un’opzione, ha ribadito l’entourage del premier, che «non è sul tavolo».
Il premier, in una dichiarazione diffusa a margine delle ultime comunicazioni pubbliche, ha accusato Hamas di utilizzare gli ostaggi come strumento di pressione, impedendo i rifornimenti alimentari e umanitari: «Li stanno affamando come i nazisti facevano con gli ebrei», ha dichiarato Netanyahu, evocando uno dei paragoni più duri e controversi del suo lessico politico, destinato a suscitare reazioni forti anche sul piano internazionale.
L’ex presidente Trump e il presunto “via libera”
Ad aggiungere ulteriore peso politico all’annuncio, il quotidiano online israeliano Ynet ha riportato che l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, oggi candidato alla presidenza per le elezioni del 2024, avrebbe dato il suo tacito assenso all’operazione. Secondo la testata, Trump e Netanyahu sarebbero concordi sul fatto che Hamas non abbia alcuna intenzione di negoziare, rendendo inevitabile un’azione militare risolutiva.
Sebbene non vi siano conferme ufficiali da parte dell’entourage di Trump, la notizia rilancia il dibattito sul ruolo della leadership americana nel sostenere o moderare l’espansione dell’offensiva israeliana, in un momento in cui l’amministrazione Biden sta cercando di mantenere un fragile equilibrio diplomatico tra sostegno a Israele e pressioni internazionali per la protezione dei civili a Gaza.
Crisi politica in Israele: fratture con i vertici militari
L’annuncio dell’occupazione giunge in un momento di forte tensione tra il potere politico e l’establishment militare israeliano. L’IDF (Israel Defense Forces) ha comunicato la revoca dello “stato di emergenza bellica” proclamato il 7 ottobre 2023, che prevedeva un’estensione straordinaria del servizio di leva per i riservisti. Il provvedimento sarà ritirato nelle prossime settimane, portando a un alleggerimento dell’organico militare regolare.
Tuttavia, pochi minuti dopo questa comunicazione, dall’entourage di Netanyahu è filtrata una durissima presa di posizione nei confronti del capo di Stato maggiore Eyal Zamir. Se il generale non è d’accordo con la linea dell’occupazione totale della Striscia – avrebbe riferito una fonte vicina al premier – «può dimettersi». Un’affermazione che rende visibile la profondità della frattura tra esecutivo e apparato militare, alimentata da divergenze non solo operative ma strategiche sull’obiettivo finale della guerra in corso.
Continua il bilancio drammatico dei civili
Mentre a Tel Aviv si discute di operazioni militari su vasta scala, nella Striscia si continua a morire. Secondo quanto riferito dall’emittente panaraba Al Jazeera, citando fonti ospedaliere di Gaza, almeno 25 persone sono state uccise nella mattinata del 5 agosto in nuovi raid israeliani. Tra queste, 14 civili – inclusi donne e bambini – avrebbero perso la vita mentre si trovavano in fila per ricevere aiuti umanitari. Un ennesimo episodio che conferma quanto la situazione umanitaria nel territorio palestinese sia al collasso.
La distribuzione degli aiuti continua ad avvenire sotto i bombardamenti, tra ostacoli logistici e sospetti reciproci. Le agenzie delle Nazioni Unite denunciano da mesi l’impossibilità di operare in sicurezza, mentre le strutture sanitarie dell’enclave – molte delle quali già distrutte o parzialmente funzionanti – non sono più in grado di fornire cure adeguate alla popolazione civile.
Tajani: “Sì al riconoscimento dello Stato palestinese, ma va costruito”
Nel dibattito internazionale intorno al conflitto, si registra anche la posizione del vicepremier e ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, che nelle ultime ore ha ribadito l’apertura del governo al riconoscimento dello Stato palestinese. Ma, ha precisato, tale passo «deve avvenire al termine di un processo politico che lo renda possibile». Tajani ha sottolineato che il riconoscimento «non può essere solo simbolico», ma deve fondarsi su basi istituzionali e di sicurezza condivise, condannando le derive terroristiche di Hamas e riaffermando l’impegno per una soluzione a due Stati.
Una svolta senza precedenti
L’eventuale occupazione totale della Striscia di Gaza, se effettivamente portata a termine, rappresenterebbe un evento senza precedenti nella storia recente del conflitto israelo-palestinese. Dopo il ritiro unilaterale di Israele del 2005, la Striscia è rimasta formalmente sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, salvo poi passare, de facto, nelle mani di Hamas nel 2007. Da allora, la regione è stata teatro di numerosi conflitti, ma mai di un ritorno diretto delle forze israeliane con un intento dichiarato di controllo pieno e duraturo.
Le implicazioni di un simile sviluppo sono molteplici: militari, umanitarie, politiche e geopolitiche. Un’occupazione prolungata rischia di aprire un fronte di instabilità permanente, rendendo ancora più lontana ogni prospettiva di soluzione diplomatica. Al contempo, pone interrogativi cruciali sulla sostenibilità di un’azione del genere in un contesto regionale già segnato da polarizzazioni profonde.
In attesa del prossimo passo
Mentre l’opinione pubblica internazionale osserva con crescente preoccupazione, e i governi si interrogano sulle possibili contromisure o mediazioni, resta una certezza: ogni nuova escalation segna una ferita ulteriore in una regione già lacerata da decenni di violenza, promesse mancate e drammi umani. La dichiarazione di Netanyahu, se confermata nei fatti, chiude (almeno temporaneamente) la porta al dialogo, e apre uno scenario che rischia di essere tra i più cupi dalla seconda Intifada a oggi.
