A cura di Gilberto Borzini
Certo, lo sappiamo benissimo: Hollywood e le serie televisive sostengono l’apparato presentando come eccezionali proprio i settori più discutibili.
In un mondo in cui la Sanità, pubblica o meno, fa acqua da tutte le parti, E.R. Medici in prima linea cerò di risollevare la credibilità dei Pronto Soccorso, grazie anche se non soprattutto al fascino di Clooney. Più modestamente in Italia presentiamo casoi positivi tra posti al sole e medici in famiglia.
In un mondo statunitense che non vince una guerra dal 1945, Hollywood presenta esercito, marina, aviazione e marines come i migliori del mondo: i più forti, i più audaci e sempre vincenti.
L’obiettivo corrisponde alla necessità della comunicazione dello Stato: tenere alto il morale e risultare credibili agli occhi della popolazione.
Nel medesimo sistema statunitense la grande crisi provocata da processi estremamente sommari e superficiali generò per necessità il personaggio di Perry Mason, il formidabile avvocato capace di ribaltare le più terrribili ipotesi di giudizio, e in un mondo fatto da poliziotti corrotti, giudici somari e forme di giudizio preistoriche affidate a giurati perfettamente privi di competenze, saltarono fuori Giustizieri della Notte, Ispettori Callaghan, Starsky e Hutch, Miami Vice, FBI e CSI, Kojak e Colombo, tutti impegnati a dimostrare al pubblico cinetelevisivo l’ottimo funzionamento di un sistema che, nella pratica, è tanto oneroso quanto disfunzionale e approssimativo.
Ma veniamo a noi.
De Sica non mi freghi più
Nel secondo dopoguerra fu De Sica a impersonare il Carabiniere onesto e per bene, timorato e giusto, in una figura che doveva servire a dare fiducia al pubblico nei confronti degli organismi di uno Stato che non si erano comportati particolarmente bene nei decenni precedenti.
Oggi al posto di De Sica abbiamo però altre comparse, e mentre il mondo dell’intrattenimento sforna a raffica nuovi personaggi positivi tra cui troviamo ispettori, tenenti, giudici istruttori, procuratori distrettuali.
Speravamo che il modello a cui attingere fosse il Piedone di Bud Spencer, un po’ manesco ma sempre incorruttibile e equo, e abbiamo divorato i libri di John Grisham, quelli in cui avvocati giovani ma cazzuti sistemano cause imbrazzanti, e i volumi di Patricia Cornwell, quelli in cui l’anatomo patologia forense sbrogia casi apparentemente irrisolvibili, ma ci siamo ritrovati a Garlasco.
Non solo: abbiamo scoperto che nelle oscene carceri italiane, afflitte da un sovraffollamento indegno di un Paese che si vorrebbe discretamente civilizzato, vi sono migliaia di casi sospetti di errori giudiziari, e casi più che sospetti di indagini viziate dall’incompetenza degli indagatori, dai pregiudizi dei procuratori, dalle mentalità ottocentesche di alcuni inquirenti, da soluzioni predefinite dal preconcetto, da accuse temerarie e indiziarie, da accertamenti distratti o palesemente devianti, da prove “scientifiche” che avrebbero fatto arrossire Galileo.
La punta dell’iceberg
Quello che sta emergendo a Garlasco è la superficialità operativa con cui lavorano, o hanno lavorato, alcuni soggetti chiamati a svolgere compiti delicatissimi dai quali deriva il destino e la sorte di intere esistenze, e tutti ormai abbiamo compreso che Garlasco è solamente la punta dell’iceberg, un iceberg di malagiustizia dalle dimensioni potenzialmente gigantesche.
Superfluo, in questa sede, ricordare altri “cold case” irrisolti, da Via Poma in avanti, o attribuzioni di responsabilità penale piuttosto sorprendenti, come nel caso che vide attribuire l’ergastolo a Massimo Bossetti.
L’impressione che si ricava dalle vicende giudiziarie più o meno note è che forse quella gran parte di persone incarcerate che afferma la propria non colpevolezza potrebbe davvero essere non colpevole.
Così continuiamo a leggere i romanzi di Grisham e della Cornwell nella speranza, sempre più esile e probabilmente mal riposta, che il “sistema giudiziario”, nelle sue diverse componenti, reagisca: che gli investigatori cerchino fatti e prove e sulla base di fatti e prove costruiscano ipotesi di responsabilità; che i procuratori non decidano a priori, in base a sensazioni, istinti, impressioni, pergiudizi, preconcetti o simpatie, come e verso chi indirizzare le inchieste; che ai giudici siano offerte basi concrete su cui poter affermare un giudizio; che gli avvocati definiscano consulenze e perizie coerenti con le determinazioni fattuali e non con la necessità distraente nel corso del dibattimento, per quanto lecita nella loro attività.
Certo, se poi sulla scena del crimine non fossero mandati soggetti inesperti la cui presenza rischia di scombinare o inquinare prove o reperti sarebbe cosa oltremodo gradita; se non fossero accolti sulle stesse scene lattai, pizzaioli, portatori di panini, elettricisti, cameramen, giornalisti amici e la repertazione seguisse schemi più corretti non sarebbe male; se nei laboratori gli esami fossero eseguiti con il criterio affermato da regolamenti e dai modelli organizzativi che regolano le procedure tutti saremmo più tranquilli.
Ma ciò che emerge pare contrastare le nostre speranze e accanto alle vittime della violenza umana oggi troviamo una grande vittima della superficialità umana, quella che ancora adesso chiamiamo “giustizia” e a cui dovremmo dare un altro nome perché giustizia non è.
