A cura di Daniele Cappa
C’è qualcosa di profondamente simbolico nella Torino–Lione. Non è solo una linea ferroviaria: è il paradigma di un modo di pensare lo sviluppo che arriva dal passato e fatica a fare i conti con il presente.
Un progetto nato oltre trent’anni fa, concepito in un’altra epoca economica, politica e tecnologica, che oggi continua a procedere per inerzia più che per reale necessità. Nel frattempo, i costi aumentano, i dubbi si moltiplicano e le certezze restano poche.
La domanda, a questo punto, non è più ideologica ma concreta: ha ancora senso costruire la TAV Torino–Lione?
Un’opera da oltre 25 miliardi
Partiamo dai numeri. Il costo complessivo della Torino–Lione supera i 25 miliardi di euro, considerando l’intero sistema di tratte nazionali e internazionali.
Il solo tunnel di base del Moncenisio, infrastruttura chiave del progetto, vale oltre 9 miliardi di euro. Una cifra imponente, in parte coperta da fondi europei, ma che grava in larga misura sui bilanci pubblici di Italia e Francia.
In un contesto di risorse limitate, questa non è una semplice voce di spesa: è una scelta politica precisa. Ogni euro destinato alla TAV è un euro sottratto ad altre priorità.
E qui emerge il primo grande nodo: il ritorno economico dell’opera non è affatto garantito.
Il paradosso delle merci che non ci sono
Il principale argomento a favore della Torino–Lione è noto: spostare le merci dalla strada alla ferrovia, riducendo traffico e inquinamento.
Ma la realtà racconta una storia diversa.
Negli ultimi anni, il traffico ferroviario lungo l’asse alpino occidentale non è cresciuto come previsto, anzi in molti casi è diminuito. La linea storica Torino–Modane, già esistente, risulta oggi largamente sottoutilizzata.
Questo dato è difficilmente aggirabile. Perché costruire una nuova infrastruttura da decine di miliardi quando quella attuale non è pienamente sfruttata?
La risposta dei sostenitori è che si tratta di un investimento sul futuro. Ma è proprio questo “futuro” a essere sempre più incerto.
La ferita aperta della Val di Susa
Poi c’è il territorio. La Val di Susa è da anni il cuore della contestazione.
Qui la TAV non è una linea su una mappa, ma un impatto concreto: cantieri, scavi, trasformazioni profonde del paesaggio. Le preoccupazioni riguardano il consumo di suolo, gli equilibri ambientali, la salute delle comunità locali.
Il paradosso è evidente: un’opera che viene spesso giustificata in nome della sostenibilità rischia di produrre effetti ambientali rilevanti proprio nei territori che attraversa.
Un progetto figlio di un’altra epoca
La Torino–Lione nasce negli anni ’90, quando il mondo era diverso: globalizzazione in espansione, traffici in crescita costante, fiducia nelle grandi opere come motore dello sviluppo.
Oggi lo scenario è cambiato radicalmente.
La digitalizzazione ha trasformato la logistica, le catene produttive si sono accorciate, le priorità politiche si sono spostate verso la sostenibilità e l’efficienza dei servizi esistenti. Anche il modo di muoversi – persone e merci – sta evolvendo rapidamente.
In questo contesto, la TAV appare sempre più come un progetto fuori sincrono con il presente.
Le priorità dimenticate
C’è poi un tema difficilmente eludibile: quello delle alternative.
Mentre si investono miliardi in una singola infrastruttura, milioni di cittadini affrontano ogni giorno:
- treni regionali lenti e sovraffollati
- linee obsolete
- servizi ferroviari inadeguati
Il trasporto locale, quello che incide direttamente sulla qualità della vita quotidiana, resta spesso indietro.
La domanda diventa allora inevitabile: è questa la priorità giusta?
La posizione di Chiara Appendino
In questo contesto si inserisce la posizione netta di Chiara Appendino, deputata del Movimento 5 Stelle ed ex sindaca di Torino, tra le voci più critiche sull’opera.
“Quando penso che il progetto Tav è nato più di trent’anni fa, la prima cosa che mi viene da dire è che è già morto. Se poi consideriamo quello che succederà nei prossimi dieci anni con la trasformazione tecnologica dei trasporti, è morto due volte. Eppure c’è ancora chi lo difende. Per inerzia, per interessi, per non ammettere che il mondo è cambiato.”
Appendino richiama esplicitamente il cambiamento del contesto storico e politico, sottolineando come il dibattito non possa più essere affrontato con categorie del passato.
“So bene cosa significa portare avanti la battaglia contro quest’opera, ricordo le pressioni e le campagne mediatiche subite quando come Movimento 5 Stelle abbiamo fatto uscire Torino dall’osservatorio. Non ha cambiato l’esito in quel momento, ma ha dato un segnale.”
E ancora:
“Oggi però le Madamine sono sparite, mentre noi siamo ancora qui, a lottare con argomenti sempre più forti. Ora dobbiamo allargare l’orizzonte e ampliare la nostra comunità verso chi fino a qualche anno fa non aveva dubbi e oggi li ha.”
Il passaggio più politico arriva sul finale:
“Chi guarda i numeri e chi amministra i territori: dobbiamo lavorare insieme, perché il contesto storico è profondamente diverso da qualche anno fa. Per questo ci saremo alla manifestazione del 3 ottobre contro la tratta Avigliana-Orbassano. Perché essere responsabili in questo momento non è spingere per il sì in modo ideologico, ma insistere per il no in modo fattuale. Tocca a noi ribaltare questa narrazione.”
Il “sì” che resiste
Eppure, nonostante tutto, il fronte favorevole non scompare.
Chi sostiene la Torino–Lione continua a vedere nell’opera:
- un’infrastruttura strategica europea
- un’opportunità per ridurre il traffico su gomma
- un investimento necessario in prospettiva futura
È una visione che guarda lontano, ma che si basa su condizioni – crescita dei traffici, cambiamento delle politiche di trasporto – che oggi non sono affatto garantite.
Una scelta più politica che tecnica
Alla fine, la Torino–Lione non è solo una questione tecnica. È una scelta politica nel senso più pieno del termine: decidere come usare risorse pubbliche, quali priorità perseguire, quale idea di sviluppo adottare.
E proprio su questo terreno emergono le maggiori criticità.
Costi elevatissimi, benefici incerti, domanda debole, impatti locali rilevanti e un contesto radicalmente cambiato rendono l’opera tutt’altro che indispensabile.
Conclusione: una scommessa ad alto rischio
La TAV Torino–Lione oggi appare per quello che è: una scommessa costosa, da oltre 25 miliardi di euro, costruita su previsioni fragili e su un’idea di futuro che potrebbe non realizzarsi.
Può avere un senso teorico nel lungo periodo, ma nel presente somiglia molto di più a un’eredità del passato che a una risposta ai bisogni attuali.
E in un Paese con risorse limitate, continuare a investire in un’opera così controversa non è solo una scelta discutibile: è un rischio concreto.
Perché il vero problema non è essere favorevoli o contrari alla TAV.
Il vero problema è continuare a costruire il futuro con strumenti pensati per un mondo che non esiste più.
