Tra segnali di disgelo diplomatico e un’escalation militare che non accenna a rallentare, la guerra in Ucraina torna a muoversi su due binari paralleli: quello dei contatti tra leader e quello, ben più drammatico, degli attacchi sul campo.
A riaccendere i riflettori sul fronte politico è stata la lunga telefonata tra il presidente russo Vladimir Putin e l’ex presidente statunitense Donald Trump, oggi nuovamente protagonista sulla scena internazionale. Un colloquio durato un’ora e venticinque minuti, definito dal Cremlino “professionale e molto costruttivo”, nel quale si è discusso apertamente della possibilità di una soluzione al conflitto in Ucraina.
A riferirlo è stato Yuri Ushakov, consigliere per la politica estera del Cremlino, che ha sottolineato come il dialogo si inserisca anche in vista della partecipazione di Trump al prossimo vertice Nato in programma in Turchia il 7 e 8 luglio. Un appuntamento che potrebbe rappresentare un banco di prova cruciale per le dinamiche diplomatiche internazionali.
Putin, secondo quanto riferito, avrebbe ribadito la disponibilità di Mosca a una soluzione negoziale, pur precisando la necessità di tenere conto dei “principi noti” della posizione russa. Un’apertura che non segna un cambio di linea, ma che lascia intravedere margini per un possibile riavvicinamento.
Non è mancato, nel corso della conversazione, un elemento simbolico: l’iniziativa della telefonata, ha evidenziato Ushakov, sarebbe partita da Washington proprio nel giorno del 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti. Un dettaglio che, nelle parole del consigliere, “la dice lunga” sul clima e sul significato politico del contatto. Putin avrebbe inoltre rinnovato a Trump l’invito ufficiale a visitare la Russia.
Parallelamente, anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha avuto un colloquio con Trump, segno di una fitta attività diplomatica che coinvolge tutti i principali attori del conflitto. In un messaggio diffuso sui social, il leader di Kiev ha parlato di una “prospettiva concreta” per la fine della guerra, sottolineando come il ruolo e la determinazione degli Stati Uniti saranno decisivi.
Zelensky ha inoltre annunciato l’intenzione di proseguire il confronto direttamente con Trump in occasione del vertice Nato ad Ankara, lasciando intravedere la possibilità di nuovi sviluppi sul piano negoziale.
Ma mentre le diplomazie si muovono, sul terreno la guerra continua a colpire con intensità crescente. Nelle stesse ore della telefonata tra Putin e Trump, una serie di esplosioni ha scosso San Pietroburgo, città natale del presidente russo. Secondo fonti ucraine e canali di monitoraggio indipendenti, un attacco con droni avrebbe colpito un terminal petrolifero nella zona portuale, provocando incendi e danni alle infrastrutture.
Le autorità locali hanno parlato di un “attacco massiccio”, confermando l’attivazione dei sistemi di difesa antiaerea. Il governatore Alexander Beglov ha invitato la popolazione a rimanere nelle abitazioni, mentre il centro operativo cittadino ha raccomandato di evitare spostamenti fino al cessato allarme.
L’offensiva ucraina con droni sembra dunque intensificarsi, prendendo di mira obiettivi strategici nelle retrovie russe, in particolare infrastrutture energetiche e logistiche. Una strategia che punta a indebolire la capacità operativa di Mosca lontano dal fronte diretto.
Dal canto suo, il ministero della Difesa russo ha rivendicato l’abbattimento di ben 389 droni ucraini in diverse regioni della Russia europea tra venerdì sera e sabato mattina. Le intercettazioni, secondo Mosca, avrebbero interessato un’ampia fascia territoriale, dalla regione di Belgorod fino alla Crimea annessa, passando per Mosca, Rostov e il Mar Nero.
A conferma del clima di emergenza, l’agenzia federale per il trasporto aereo Rosaviatsia ha disposto la chiusura temporanea degli aeroporti di Ivanovo e Pskov per motivi di sicurezza.
Il quadro che emerge è quello di un conflitto ancora lontano da una svolta definitiva, sospeso tra aperture diplomatiche e una crescente intensità militare. Se da un lato i contatti tra leader lasciano intravedere spiragli di negoziato, dall’altro la realtà sul campo continua a raccontare una guerra che resta, per ora, senza tregua.

