La pioggia, i fulmini, l’evacuazione temporanea del National Mall. Nulla, nelle parole di Donald Trump, avrebbe potuto fermare il rito patriottico del 4 luglio, quest’anno caricato di un significato simbolico ancora più forte: i 250 anni dell’indipendenza americana. «Anche se avessimo dovuto parlare davanti a una sola persona alle quattro del mattino, io sarei stato qui», scandisce il presidente, aprendo il suo intervento con oltre due ore di ritardo ma davanti a una folla che la Casa Bianca quantifica in 150mila persone.
Il discorso, lungo e fortemente identitario, si muove lungo tre direttrici: la celebrazione della storia nazionale, la riaffermazione della supremazia americana e un duro attacco agli avversari politici interni, riassunti sotto l’etichetta di “comunisti”.
Trump insiste fin dalle prime battute su una narrazione eccezionalista degli Stati Uniti: «Siamo da sempre la più grande nazione del mondo, i più forti, i più potenti. Nessuno è come noi». Una retorica consolidata, che si intreccia con il richiamo ai momenti fondativi della storia americana. La rievocazione della bandiera a 13 stelle del 1777 diventa il pretesto per evocare le vittorie di Saratoga e Yorktown, passaggi chiave della guerra d’indipendenza. «Il mondo intero ha capito allora che gli americani non permetteranno mai a nessuno di portarci via la libertà», afferma.
Ma è sul terreno dello scontro politico che il discorso assume i toni più duri. Il presidente torna a utilizzare il termine “comunismo” come categoria omnicomprensiva per definire i suoi oppositori: «Non ha alcuna possibilità. Non vogliamo i comunisti nel nostro Paese. È un cancro, va fermato prima ancora che inizi». Un linguaggio netto, che richiama la retorica della Guerra fredda e che punta a mobilitare la base più conservatrice in vista delle prossime sfide politiche.
Accanto alla dimensione interna, Trump rivendica anche il ruolo degli Stati Uniti sulla scena internazionale. Parla di una potenza costruita “non per caso”, ma grazie al rafforzamento dell’apparato militare durante il suo primo mandato. E cita esplicitamente Iran e Venezuela come esempi di successo: «Li abbiamo annientati», afferma, utilizzando toni enfatici che ribadiscono l’idea di un’America capace di imporsi come “impero della libertà”.
Nel finale, il presidente torna a una dimensione più solenne, quasi liturgica, celebrando lo “spirito del 1776” come elemento ancora vivo nella società americana. «Questa repubblica è ancora forte», sottolinea, indicando nella coesione nazionale e nella grandezza dei padri fondatori le ragioni della longevità del Paese.
E, in un passaggio che guarda al futuro, rilancia una visione ottimistica e ambiziosa: «Dopo 250 anni siamo solo all’inizio. Il meglio deve ancora venire. Siamo all’alba di una nuova età dell’oro».
Un messaggio che, tra patriottismo, rivendicazione di potenza e polarizzazione politica, fotografa con chiarezza la cifra del trumpismo contemporaneo.

