2 Luglio 2026, giovedì
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Poliziotto killer, destituzione immediata: Cinturrino espulso dal corpo

L’atto firmato dal capo della Polizia notificato in carcere. L’accusa: l’omicidio del pusher Mansouri nel boschetto di Rogoredo e una rete di complicità nel mondo dello spaccio

La parabola di Carmelo Cinturrino si chiude con un atto formale e definitivo: la destituzione dalla Polizia di Stato. Il provvedimento, firmato dal capo della Polizia Vittorio Pisani il 20 maggio 2026, è stato notificato due giorni dopo direttamente nel carcere di San Vittore, dove l’assistente capo è detenuto con l’accusa di omicidio volontario.

Una decisione che segna uno spartiacque netto tra l’istituzione e un suo appartenente, oggi al centro di una delle vicende più gravi e inquietanti degli ultimi anni. Il Tribunale del Riesame, lo scorso 5 maggio, aveva già confermato la custodia cautelare in carcere, respingendo ogni richiesta di scarcerazione o di arresti domiciliari e ribadendo la pericolosità dell’indagato.

Il delitto nel “boschetto”

I fatti risalgono alla sera del 26 gennaio 2026. In un’area periferica tra Milano e San Donato Milanese, nei pressi del noto “boschetto della droga” di Rogoredo, Cinturrino apre il fuoco durante un controllo di polizia. Un colpo solo, esploso da una distanza di circa trenta metri, colpisce e uccide Abderrahim Mansouri, ritenuto vicino a una delle famiglie attive nello spaccio di eroina nella zona sud della città.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, subito dopo l’omicidio l’agente avrebbe orchestrato un tentativo di depistaggio: avrebbe chiesto a un collega di recuperare uno zaino in commissariato e, una volta ottenuto, avrebbe posizionato accanto al corpo della vittima una pistola a salve, simulando una reazione armata da parte del pusher.

Un dettaglio che, se confermato in sede processuale, aggraverebbe ulteriormente il quadro accusatorio, trasformando l’episodio da uso eccessivo della forza a esecuzione deliberata con successivo tentativo di copertura.

La doppia identità

Ma è il profilo personale dell’assistente capo a delineare i contorni più oscuri della vicenda. Le indagini hanno fatto emergere una presunta doppia vita: da una parte il poliziotto integerrimo, senza ombre apparenti, appassionato di calcio e legato alla propria terra d’origine; dall’altra “Luca”, nome con cui sarebbe stato conosciuto negli ambienti dello spaccio.

In questo secondo ruolo, secondo gli investigatori, Cinturrino avrebbe stretto accordi illeciti con pusher e intermediari, ottenendo denaro e droga in cambio di protezione o interventi mirati. Un sistema opaco che gli avrebbe consentito di esercitare un controllo informale sul territorio, colpendo selettivamente chi si sottraeva alle sue condizioni.

Un equilibrio fragile, mantenuto a lungo senza destare sospetti tra i colleghi, che lo descrivevano come un operatore capace ed efficiente.

Il clima di paura in commissariato

Tra gli elementi più inquietanti emersi dall’inchiesta c’è il clima di timore che l’uomo avrebbe generato anche all’interno del commissariato. Tre giovani agenti, inizialmente coinvolti nella messa in scena della presunta legittima difesa, hanno poi deciso di collaborare con gli inquirenti, rompendo il silenzio.

Le loro testimonianze restituiscono l’immagine di un superiore temuto, imprevedibile, ritenuto capace di gesti estremi. Uno di loro ha riferito di aver avuto paura, durante un’operazione, di poter essere colpito alle spalle dallo stesso Cinturrino.

Un quadro che i magistrati hanno definito allarmante e che ha contribuito a rafforzare la valutazione di “elevatissima pericolosità sociale” dell’indagato, rendendo necessaria la permanenza in carcere.

Un caso simbolo

La destituzione rappresenta l’atto conclusivo sul piano amministrativo, ma la vicenda giudiziaria è ancora nelle sue fasi cruciali. Resta ora da accertare in aula la piena ricostruzione dei fatti e le eventuali responsabilità penali.

Intanto, il caso Cinturrino si impone come simbolo di una deriva che scuote profondamente la fiducia nelle istituzioni: quella di un uomo dello Stato accusato di aver trasformato il proprio ruolo in uno strumento di potere personale, fino all’epilogo più drammatico.

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