3 Luglio 2026, venerdì
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Decreto Flussi piegato al business dei visti: 29 arresti in tutta Italia

Dalla Puglia al Nord, sgominata una rete che avrebbe trasformato l’ingresso legale in un mercato illecito: fino a 6.500 euro per un posto fittizio

Un sistema rodato, capillare, costruito attorno a una falla del meccanismo legale di ingresso in Italia. È l’ipotesi al centro dell’operazione che, nella notte, ha portato all’arresto di 29 persone tra Taranto, Lecce, Foggia, Matera, Campobasso, Milano, Ragusa, Latina e Verona. A eseguire le misure cautelari sono stati i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando provinciale di Taranto, con il supporto di numerosi reparti territoriali e delle unità specializzate.

Le accuse, a vario titolo, parlano di associazione per delinquere aggravata finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di favoreggiamento aggravato e continuato. Un’indagine complessa, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Lecce e dalla Procura di Taranto, che ha intrecciato intercettazioni, analisi documentali e verifiche su sistemi informatici, con il coinvolgimento anche della Prefettura ionica.

Al centro dell’inchiesta, secondo la ricostruzione accusatoria, una vera e propria organizzazione stabile che avrebbe piegato il “Decreto Flussi” — lo strumento che regola l’ingresso per motivi di lavoro — trasformandolo in un meccanismo parallelo per l’ingresso illegale di centinaia di cittadini extracomunitari, in gran parte provenienti da Pakistan, Bangladesh e India.

L’indagine, partita da un episodio inizialmente marginale, ha fatto emergere una rete con base a Taranto ma ramificazioni operative in diverse province italiane. Un sistema articolato, fondato su una divisione precisa dei ruoli: promotori, intermediari stranieri — definiti “sponsor” nelle conversazioni — e imprenditori compiacenti.

Il cuore logistico dell’organizzazione sarebbe stato un CAF di Taranto. Da qui venivano predisposte e inoltrate, tramite il portale ministeriale “ALI”, le richieste di nulla osta per l’ingresso in Italia. Domande formalmente ineccepibili, ma — secondo gli inquirenti — fondate su esigenze lavorative inesistenti.

Una volta ottenuto il via libera, i cittadini stranieri arrivavano in Italia completando l’iter per il permesso di soggiorno. Ma il lavoro promesso, nella maggior parte dei casi, non esisteva. Le aziende coinvolte — attive nei settori della ristorazione, del turismo balneare, dell’edilizia, dell’agricoltura e della manifattura — sarebbero state utilizzate come meri schermi per simulare rapporti occupazionali.

Le intercettazioni raccontano un sistema cinico e standardizzato: i lavoratori venivano assegnati alle imprese non in base alle competenze, ma alla disponibilità di “quote” e datori compiacenti. Un effetto diretto del meccanismo del cosiddetto “click day”, che distribuisce gli ingressi su base territoriale.

Una volta arrivati, molti migranti sarebbero stati impiegati in nero, spesso in aziende agricole diverse da quelle che avevano formalmente richiesto il loro ingresso. E in un paradosso che ribalta ogni logica contrattuale, erano gli stessi lavoratori a pagare i datori di lavoro: somme giustificate come contributi o spese amministrative.

Il prezzo per entrare in Italia, secondo gli investigatori, poteva arrivare fino a 6.500 euro: circa 5.000 destinati all’imprenditore compiacente, 1.000 ai promotori e 500 agli intermediari. Ulteriori pagamenti sarebbero stati richiesti anche per il rinnovo dei permessi di soggiorno.

Le conversazioni intercettate delineano una struttura rigidamente gerarchica: nessuna pratica veniva avviata senza il pagamento anticipato. I promotori coordinavano ogni fase, impartendo direttive agli intermediari e utilizzando sistemi di comunicazione criptati. Il linguaggio era volutamente allusivo: i soldi diventavano “regali”, “caffè”, perfino “mandarini”.

A emergere, oltre alla presunta macchina organizzativa, è anche il lato più drammatico della vicenda. Il sistema si sarebbe nutrito della vulnerabilità di persone provenienti da contesti di forte disagio economico e sociale. Aspiranti lavoratori disposti a tutto pur di ottenere un visto: vendere beni, indebitarsi, coinvolgere intere famiglie.

La speranza di un futuro migliore trasformata, secondo l’accusa, in una leva per alimentare un business illecito. Un meccanismo che avrebbe monetizzato il bisogno, piegando strumenti legali a logiche criminali.

Le indagini proseguono per delineare ulteriormente i contorni della rete e accertare eventuali ulteriori responsabilità.

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