29 Giugno 2026, lunedì
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Caporalato nei cantieri del Nord, otto arresti: così venivano sfruttati i lavoratori stranieri

Operazione “Punjabi” dei Carabinieri di Savona: smantellata una rete di intermediazione illecita. Sotto controllo due società, sequestrati 277 mila euro. Le vittime costrette a restituire fino al 60% dello stipendio

All’alba di oggi 26 giugno 2026, un’operazione coordinata e capillare ha scoperchiato un sistema di sfruttamento radicato nel cuore dei cantieri del Nord Italia. I Carabinieri del Comando Provinciale di Savona, con il supporto dei Nuclei Ispettorato del Lavoro e dei reparti territoriali, hanno eseguito otto misure cautelari in carcere nelle province di Barletta-Andria-Trani, Bergamo, Brescia, Ferrara, Genova e Messina. Contestualmente, due società sono state sottoposte a controllo giudiziario e sono stati sequestrati 277 mila euro, ritenuti profitto dell’attività illecita.

L’indagine, battezzata “Punjabi”, nasce da un episodio apparentemente circoscritto ma rivelatosi la punta di un sistema più ampio. È maggio 2025 quando una pattuglia interviene nel cantiere del porto di Vado Ligure, dove sono in corso lavori strategici legati alla nuova diga foranea di Genova. Alcuni operai di nazionalità indiana denunciano di essere stati cacciati dal lavoro e lasciati senza alloggio dopo aver rifiutato di consegnare parte del loro salario ai datori.

Da quella segnalazione prende forma un’inchiesta complessa, fatta di testimonianze, intercettazioni, analisi finanziarie e pedinamenti. Nel tempo emergono almeno 42 casi analoghi: lavoratori stranieri, spesso appena arrivati in Italia e in condizioni di estrema vulnerabilità, reclutati attraverso canali regolari e irregolari e inseriti in un circuito di sfruttamento sistematico.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il meccanismo era tanto semplice quanto brutale. I lavoratori, indebitati fino a 15 mila euro per il viaggio e l’ingresso in Italia, venivano impiegati nei cantieri attraverso società intermediarie. Formalmente assunti, erano costretti a restituire in contanti tra il 40 e il 60% dello stipendio. La paga reale scendeva così a 5-7 euro l’ora, a fronte di turni che potevano superare le 200 ore mensili.

Il ricatto era costante: chi si opponeva perdeva lavoro e alloggio, con il rischio di ritorsioni anche nei confronti delle famiglie rimaste nei Paesi d’origine. Gli stessi alloggi, spesso intestati alle società, si trasformavano in strumenti di controllo: appartamenti sovraffollati, anche con trenta persone stipate in condizioni igieniche precarie.

A rendere ancora più grave il quadro, l’assenza di formazione e sicurezza. Molti lavoratori risultavano in possesso di certificazioni false per attività ad alto rischio, mentre in alcuni casi venivano utilizzati badge intestati ad altri operai regolari per aggirare i controlli nei cantieri.

Al centro dell’inchiesta, una società con sede nel Bresciano, accusata di reclutare manodopera tra connazionali indiani e pakistani, e una società genovese destinataria dei lavoratori. Entrambe sono ora sottoposte a controllo giudiziario, con la nomina di amministratori incaricati di vigilare sulla gestione e ripristinare condizioni di legalità.

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Savona ha ritenuto sussistenti gravi indizi di colpevolezza per il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, disponendo il carcere per otto indagati, tra i 28 e i 50 anni. Altri cinque soggetti risultano indagati a piede libero, tra cui responsabili aziendali e figure coinvolte nella produzione di documentazione falsa.

L’operazione riaccende i riflettori su un fenomeno che continua a permeare segmenti cruciali dell’economia, dall’edilizia alla logistica. Un sistema che prospera sulla vulnerabilità e sull’invisibilità di lavoratori stranieri, trasformati in manodopera ricattabile e a basso costo.

La diga di Genova, simbolo di rilancio infrastrutturale, diventa così anche lo sfondo di una storia che interroga il Paese sulla tenuta dei controlli e sulla reale tutela dei diritti nei luoghi di lavoro. Perché dietro i grandi cantieri, troppo spesso, si nascondono piccole vite sfruttate.

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