A cura di Daniele Cappa
Parole destinate a far discutere e a riaccendere un confronto mai sopito sul linguaggio, sul diritto e sul significato stesso della violenza di genere. Nel corso dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci interviene con una posizione netta, destinata a dividere: “Il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri”.
Il leader del movimento sceglie un terreno scivoloso ma centrale nel dibattito pubblico contemporaneo, mettendo in discussione la stessa categoria giuridica e culturale di femminicidio. “Un reato – afferma – non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce. Questa è la vera parità”.
Un principio che, nelle parole di Vannacci, diventa la base di una visione più ampia dell’uguaglianza: nessuna tutela differenziata, nessuna distinzione normativa tra categorie. “Uomini e donne sono uguali – insiste – e non c’è bisogno di proteggere qualcuno rispetto a qualcun altro. Tutti devono essere soggetti alle stesse regole”.
Il passaggio più controverso arriva proprio sulla negazione del concetto stesso di femminicidio, oggi al centro di politiche pubbliche, campagne di sensibilizzazione e strumenti giuridici specifici. “Così come esiste la violenza sulle donne, esiste quella sugli anziani – prosegue – e non parliamo di ‘anzianicidio’. Io sono contrario a ogni forma di omicidio, ma resta un omicidio come gli altri”.
Nel suo intervento, il leader di Futuro Nazionale allarga poi il ragionamento al mondo del lavoro e alle politiche di genere, criticando apertamente il sistema delle quote. “Una posizione si conquista per merito, non per ciò che uno ha sotto le mutande”, afferma con una formula volutamente provocatoria. E rilancia: “Perché le quote rosa per politici e dirigenti e non per fabbri o muratori?”.
Dichiarazioni che si inseriscono in una linea politica che punta a smontare ogni forma di discriminazione “positiva”, ritenuta da Vannacci un’alterazione del principio di uguaglianza sostanziale. Una visione che, tuttavia, si scontra con l’impianto normativo e culturale sviluppato negli ultimi anni, che riconosce nella violenza contro le donne una dimensione specifica, legata a fattori sociali e strutturali.
E allora la domanda si impone, inevitabile e scomoda: quante stupidate e anticostituzionalità, eresie e pornopolitica l’Italia è pronta a tollerare? Un interrogativo che va oltre la polemica contingente e chiama in causa il rapporto tra libertà di opinione, responsabilità politica e qualità del dibattito pubblico.
Il confronto è destinato a proseguire, dentro e fuori la politica. Da un lato chi sostiene la necessità di strumenti mirati per contrastare un fenomeno con caratteristiche proprie; dall’altro chi rivendica una lettura rigidamente universalista del diritto, dove ogni distinzione rischia di trasformarsi in privilegio.
Nel mezzo, resta il nodo centrale: come coniugare uguaglianza formale e tutela effettiva in una società attraversata da profonde diseguaglianze.

