Apple prova a voltare pagina sull’intelligenza artificiale, ma la risposta dei mercati resta fredda. Alla Worldwide Developers Conference, attesa come un passaggio decisivo dopo mesi di ritardo percepito, Cupertino ha tolto il velo su Siri AI, il più radicale aggiornamento del suo assistente vocale in quindici anni. Una mossa che nelle intenzioni segna l’ingresso pieno dell’azienda nell’era dell’IA generativa, ma che non è bastata a convincere gli investitori.
A raccontare meglio di ogni analisi è stata la Borsa. Il titolo Apple ha inizialmente reagito con entusiasmo, arrivando a guadagnare oltre il 3% durante la presentazione, salvo poi invertire rapidamente la rotta e chiudere in territorio negativo. Un segnale chiaro: le novità erano attese, ma non sufficienti a cambiare la percezione del posizionamento competitivo del gruppo.
L’interpretazione dominante oscilla tra due letture opposte. Da un lato, la possibilità che Apple abbia scelto deliberatamente un profilo basso, lasciando che siano i prodotti a parlare nel tempo. Dall’altro, il sospetto che il salto tecnologico sia meno rivoluzionario di quanto il mercato si aspettasse. Gli analisti restano prudenti: Siri AI rappresenta un progresso significativo, ma non scioglie il nodo centrale, ovvero la capacità di Apple di competere senza disporre di modelli proprietari di frontiera.
Ed è proprio qui che emerge la fragilità strategica più evidente. Il nuovo Siri non è alimentato da tecnologia sviluppata internamente, bensì dai modelli Gemini di Google, frutto di un accordo pluriennale dal valore stimato di circa un miliardo di dollari l’anno. Una scelta che, più che un’alleanza, appare come una presa d’atto: Cupertino non è riuscita a colmare in tempo il gap accumulato nell’IA generativa.
Il cambio di paradigma è ancora più evidente se si osserva l’evoluzione delle partnership. Finora, le richieste più complesse venivano affidate a ChatGPT, ma durante la presentazione OpenAI è scomparsa dal radar. Con il nuovo sistema “Extensions”, gli utenti potranno scegliere tra diversi modelli — tra cui Gemini e Claude — relegando ChatGPT a semplice opzione tra le altre. Un ridimensionamento che riflette anche tensioni crescenti tra le due aziende, tra accuse di mancati ritorni e una competizione sempre più diretta, soprattutto sul fronte hardware dopo le recenti mosse di OpenAI nel campo del design.
In assenza di una leadership tecnologica sui modelli, Apple prova a spostare il baricentro della competizione su un terreno che le è più congeniale: la privacy. Dal palco, il management ha ribadito una visione alternativa rispetto ai concorrenti, criticando implicitamente chi insegue “l’IA per l’IA” e rivendicando un approccio centrato sull’utente. Le richieste vengono elaborate su più livelli — dal dispositivo al cloud — con un sistema di anonimizzazione che, secondo l’azienda, impedisce sia ad Apple sia ai partner di risalire all’identità dell’utente. Il contratto con Google vieta inoltre l’utilizzo dei dati per addestrare i modelli.
Ma la vera incognita è se questo posizionamento basti. Apple scommette che la tutela dei dati diventi il fattore decisivo nella scelta degli utenti. Una strategia solida in un contesto in cui la sensibilità sulla privacy resta alta, ma potenzialmente fragile se il mercato dovesse premiare esclusivamente le performance delle IA più avanzate.
A pesare sul giudizio degli investitori è anche un tema più concreto: l’esecuzione. Siri AI arriverà inizialmente in versione beta e sarà disponibile in forma completa solo in autunno, segnale di una tecnologia ancora in fase di maturazione. Un ritardo che richiama precedenti poco incoraggianti: già nel 2024 Apple aveva annunciato un rinnovamento poi ritirato, chiuso con una transazione da 250 milioni di dollari per una class action.
Sul fronte commerciale, inoltre, il modello di monetizzazione appare ancora limitato. Le funzionalità più avanzate saranno soggette a limiti di utilizzo giornalieri, superabili tramite abbonamento iCloud+. A ciò si aggiungono vincoli geografici — con Unione Europea e Cina escluse al lancio per ragioni normative — e tecnologici, dato che le nuove funzioni richiederanno dispositivi di ultima generazione, riducendo sensibilmente la platea iniziale.
In definitiva, Apple sembra aver scelto una strada pragmatica: guadagnare tempo appoggiandosi all’IA dei rivali, mentre costruisce una propria strategia di lungo periodo. Ma il prezzo di questa scelta, in termini di autonomia e posizionamento competitivo, resta tutto da valutare.
L’interrogativo pesa ancora di più alla vigilia di un passaggio cruciale ai vertici. Quella appena andata in scena potrebbe essere l’ultima WWDC guidata da Tim Cook, atteso a lasciare il timone a settembre per fare spazio a John Ternus. Un cambio che arriva nel momento in cui Apple deve dimostrare di saper affrontare la sfida più importante del decennio: non inseguire l’intelligenza artificiale, ma riuscire finalmente a guidarla.
