La diplomazia resta appesa a un filo sottile, mentre sullo sfondo tornano a muoversi i meccanismi della guerra. Tra Stati Uniti e Iran l’intesa non c’è, e – almeno per ora – non sembra imminente. Da Teheran filtrano segnali di chiusura: nessun accordo sarà possibile finché tutte le questioni controverse non troveranno una soluzione. Una linea rigida, ribadita da una fonte vicina al team negoziale iraniano all’agenzia Tasnim, vicina ai Pasdaran, che certifica lo stallo dei colloqui in corso.
“I negoziati sono ancora in fase di consultazione e non hanno prodotto risultati definitivi”, è la sintesi che arriva dalla capitale iraniana. Tradotto: la trattativa resta aperta, ma senza progressi concreti. E mentre il dialogo rallenta, il linguaggio torna quello della deterrenza.
Sul fronte opposto, Washington si muove con crescente prudenza ma anche con evidente preparazione. L’amministrazione di Donald Trump sta infatti valutando scenari alternativi nel caso in cui il tavolo diplomatico dovesse definitivamente saltare. Secondo fonti citate dai media statunitensi, tra cui CBS e CNN, al presidente sarebbero già state sottoposte diverse opzioni operative per una possibile ripresa delle ostilità.
Non si tratta ancora di una decisione presa, ma il segnale è chiaro: il Pentagono e l’intelligence stanno aggiornando i piani. Alcuni funzionari avrebbero perfino annullato impegni personali in previsione di un possibile sviluppo rapido della crisi. Una tensione latente che si riflette anche nelle parole dello stesso Trump, il quale non esclude un intervento militare ma, al tempo stesso, chiede più tempo per verificare ogni margine negoziale.
Nel frattempo, la Casa Bianca ha riunito i vertici della sicurezza nazionale per fare il punto sulla situazione. Secondo fonti mediorientali citate dal Wall Street Journal, un eventuale intervento congiunto di Stati Uniti e Israele potrebbe concretizzarsi in tempi molto brevi – addirittura nell’arco di pochi giorni – qualora non emergesse una svolta diplomatica.
Teheran, dal canto suo, non resta a guardare e rilancia con toni altrettanto duri. Le autorità iraniane accusano Washington di avanzare “richieste eccessive” e di non essere un interlocutore affidabile. Una sfiducia radicata, che affonda le sue radici in anni di tensioni, accordi disattesi e conflitti indiretti.
Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, in un colloquio telefonico con il segretario generale dell’ONU António Guterres, ha ribadito la posizione iraniana: disponibilità al dialogo sì, ma senza cedere su principi considerati fondamentali. Teheran, ha spiegato, partecipa ai negoziati “con serietà e senso di responsabilità”, ma resta profondamente diffidente verso gli Stati Uniti, accusati di una lunga storia di promesse non mantenute e di comportamenti contraddittori.
Il negoziato, mediato dal Pakistan, appare così incagliato in un equilibrio fragile: da un lato la volontà dichiarata di evitare un nuovo conflitto, dall’altro una crescente preparazione militare che rischia di rendere la guerra una prospettiva concreta.
A rendere il quadro ancora più teso è il linguaggio proveniente dagli ambienti militari iraniani. Secondo fonti citate da Tasnim, le forze armate avrebbero già predisposto “nuovi scenari” in risposta a qualsiasi “follia nemica”. Un’espressione che lascia poco spazio all’interpretazione e che prefigura un eventuale conflitto di nuova generazione, con strategie, obiettivi e tecnologie aggiornate rispetto al passato.
Il riferimento, evocativo e minaccioso, è a una possibile “terza fase” della guerra iraniana: un’escalation che non si limiterebbe al piano regionale, ma potrebbe avere ripercussioni ben più ampie.
Nel mezzo, la diplomazia internazionale tenta di mantenere aperti i canali di dialogo. Le Nazioni Unite osservano con crescente preoccupazione, consapevoli che il fallimento dei colloqui potrebbe innescare una crisi difficilmente contenibile.
Per ora, dunque, prevale una tregua sospesa: i negoziati continuano, ma senza risultati; le armi tacciono, ma restano pronte. E tra Washington e Teheran, più che una trattativa, sembra in corso una corsa contro il tempo.
