La guerra in Iran entra nella sua ottava settimana senza che all’orizzonte si intraveda una soluzione concreta. Anzi, il clima resta carico di incertezza e diffidenza reciproca. A raffreddare ulteriormente le aspettative è stato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha chiarito come un eventuale accordo di pace con gli Stati Uniti sia ancora lontano, nonostante i “passi avanti” registrati nei recenti colloqui diplomatici.
Sul piano strategico, la chiusura dello Stretto di Hormuz continua a rappresentare il principale detonatore di tensione globale. Da questo snodo marittimo transita circa un quinto del petrolio mondiale: il blocco, destinato a protrarsi fino alla revoca delle misure statunitensi, sta già producendo effetti a catena sui mercati energetici e sugli equilibri geopolitici.
In questo contesto, il presidente americano Donald Trump torna a usare toni divisivi, prendendo di mira quei Paesi che – a suo dire – avrebbero preso le distanze da Washington nel conflitto. “Israele, piaccia o meno, ha dimostrato di essere un grande alleato”, ha dichiarato, rilanciando una linea che rischia di accentuare le fratture tra gli stessi partner occidentali.
Nel frattempo, il conflitto allarga il proprio raggio d’azione e tocca anche il Libano, dove l’uccisione di un militare francese impegnato nella missione UNIFIL ha suscitato reazioni istituzionali immediate. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato un messaggio all’omologo francese Emmanuel Macron, definendo l’attacco “inammissibile” e esprimendo il cordoglio personale e dell’intero Paese.
Sul fronte diplomatico, tuttavia, qualcosa si muove. Secondo fonti della sicurezza pakistana, il secondo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran potrebbe tenersi entro venerdì 24 aprile a Islamabad. Indizi concreti sembrano confermare l’ipotesi: l’atterraggio di due aerei da trasporto militare americani, i C-17 Globemaster, presso la base aerea di Noor Khan a Rawalpindi; la temporanea chiusura delle principali arterie tra l’aeroporto e la cosiddetta Zona Rossa della capitale; e, infine, l’evacuazione di due strutture alberghiere simbolo della diplomazia internazionale, il Serena e il Marriott.
Proprio all’hotel Serena si era svolto l’11 aprile il primo round di colloqui, in un clima già allora segnato da cautela e riservatezza. Oggi, mentre Islamabad si trasforma nuovamente in crocevia diplomatico, resta da capire se questo nuovo tentativo potrà realmente riaprire uno spiraglio negoziale o se si limiterà a guadagnare tempo in un conflitto che appare, per ora, senza una via d’uscita chiara.
