La Bulgaria torna alle urne, ancora una volta sospesa tra cambiamento e paralisi. Oggi, domenica 19 aprile, i seggi sono aperti dalle 7 alle 20 locali per elezioni anticipate che rappresentano l’ennesimo capitolo di una crisi politica ormai strutturale. In cinque anni il Paese ha votato otto volte, un record europeo che racconta meglio di qualsiasi analisi l’incapacità di costruire governi stabili.
Al centro della scena c’è Rumen Radev, figura anomala e per certi versi di rottura. Dopo aver lasciato la presidenza lo scorso gennaio, al termine di nove anni al vertice dello Stato, ha deciso di scendere direttamente nell’arena politica guidando il nuovo blocco Bulgaria Progressista. Un passaggio non scontato in un sistema in cui il capo dello Stato ha funzioni prevalentemente cerimoniali e raramente si trasforma in leader di partito.
Radev punta tutto su un’agenda anticorruzione e sulla promessa di smantellare quello che definisce il “modello oligarchico” che da anni condiziona la vita pubblica del Paese. La sua ascesa nei sondaggi intercetta il malcontento sociale esploso nelle proteste di fine 2025, alimentato da salari stagnanti, servizi pubblici fragili e una crescente sfiducia nelle élite politiche.
A inseguire c’è il partito conservatore Gerb guidato da Boyko Borissov, dato attorno al 20%. Subito dietro si colloca il fronte liberale Pp-Db, mentre il quadro complessivo resta frammentato, senza una forza chiaramente in grado di imporsi e governare da sola. È proprio questa dispersione del consenso a rendere concreto il rischio di un nuovo Parlamento diviso e, di conseguenza, di un’altra impasse istituzionale.
Ex generale dell’aeronautica, Radev ha costruito parte del suo consenso anche su posizioni controcorrente nello scenario internazionale: prudente sugli aiuti militari all’Ucraina e favorevole a un dialogo più stretto con Mosca, ha saputo parlare a una parte dell’elettorato disilluso dalle dinamiche geopolitiche degli ultimi anni. Una linea che, se da un lato rafforza il suo profilo interno, dall’altro potrebbe complicare i rapporti con i partner europei.
Il voto si svolge in un contesto economico delicato. L’introduzione dell’euro all’inizio dell’anno ha coinciso con un’impennata del costo della vita, acuendo il disagio sociale e alimentando ulteriormente la protesta. Un clima che potrebbe tradursi in una partecipazione più elevata rispetto al passato: le previsioni indicano un’affluenza intorno al 55%, in crescita rispetto al 45% registrato nella precedente consultazione.
Sono circa 6,5 milioni gli elettori chiamati alle urne, inclusi i numerosi cittadini residenti all’estero, che potranno votare in oltre 12 mila seggi sul territorio nazionale e in circa 500 all’estero. I primi exit poll sono attesi in serata, ma difficilmente basteranno a dissipare i dubbi sul futuro politico del Paese.
Per Sofia, più che una semplice elezione, è l’ennesima prova di resistenza democratica: il voto potrebbe segnare un cambio di passo, oppure confermare una lunga stagione di instabilità che sembra, almeno per ora, senza una via d’uscita chiara.
