6 Novembre 2026, venerdì
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Uccise il padre a Suzzara, Rosa Capuano confessa in aula: condannata a 25 anni

Dopo aver sempre proclamato la propria innocenza, la 47enne ha ammesso davanti alla Corte d’Assise di Mantova di aver sparato al padre Francesco, 79 anni, nel garage del condominio in cui vivevano. «Non ce la facevo più. Ho preso la pistola e l’ho ucciso». Riconosciuta la premeditazione, esclusa l’aggravante dei motivi abietti e futili. Ai tre fratelli della donna riconosciuta una provvisionale complessiva di 150mila euro.

La verità è arrivata in aula, quando ormai il processo sembrava aver preso una direzione diversa. Una confessione pronunciata davanti ai giudici, destinata a riscrivere il corso del dibattimento e a segnare il passaggio decisivo nella ricostruzione dell’omicidio. Rosa Capuano, 47 anni, ha ammesso di aver ucciso il padre Francesco, 79 anni, con alcuni colpi di pistola, il 23 dicembre 2024, a Suzzara, in provincia di Mantova. La Corte d’Assise di Mantova l’ha condannata a 25 anni di reclusione, accogliendo la richiesta formulata dal pubblico ministero Alessia Silimbani.

«Sono stata io. Non ce la facevo più. Ho preso la pistola e l’ho ucciso». Poche parole, pronunciate davanti ai giudici, che hanno rappresentato una svolta radicale rispetto alla linea difensiva mantenuta dall’imputata fino a quel momento. La donna, infatti, aveva sempre negato ogni responsabilità, arrivando a dichiararsi innocente anche nel corso dell’udienza del 9 ottobre, quando aveva respinto con decisione l’accusa di aver assassinato il genitore.

Questa volta, invece, la ricostruzione è cambiata. Nessuna contestazione della propria responsabilità, nessun tentativo di prendere le distanze dall’accaduto. Rosa Capuano ha riconosciuto di aver impugnato l’arma e di aver sparato contro il padre, mettendo fine alla vita dell’uomo all’interno dell’automobile parcheggiata nel garage del condominio di via Biolcheria, lo stesso stabile nel quale entrambi abitavano.

Una confessione che cambia il processo

La svolta è arrivata in una fase particolarmente delicata del dibattimento. Fino a poche settimane prima, la posizione della 47enne era stata caratterizzata da una netta negazione delle accuse. Il 9 ottobre, davanti alla medesima Corte, aveva sostenuto di non avere ucciso Francesco Capuano. Una dichiarazione che sembrava confermare la volontà di contestare fino in fondo l’impianto accusatorio.

Poi, nell’ultima udienza, la decisione di ammettere il delitto. Una confessione che ha assunto un peso rilevante anche nella valutazione complessiva della vicenda e nella determinazione della pena.

Il pubblico ministero Alessia Silimbani aveva chiesto 25 anni di carcere, escludendo la richiesta dell’ergastolo proprio alla luce dell’ammissione di responsabilità e del riconoscimento delle attenuanti generiche, ritenute equivalenti alle aggravanti contestate. La Corte ha quindi pronunciato una condanna della stessa entità.

Nella sentenza è stata riconosciuta la premeditazione, insieme all’aggravante di aver commesso il delitto nei confronti del proprio ascendente, cioè il padre. È stata invece esclusa l’aggravante dei motivi abietti e futili. Le attenuanti generiche sono state considerate equivalenti alle altre aggravanti riconosciute, determinando il trattamento sanzionatorio finale di 25 anni di reclusione.

Il rapporto con il padre e il desiderio di autonomia

Sul fondo della vicenda giudiziaria emerge anche la dimensione familiare, particolarmente complessa, nella quale si è consumato il delitto. Secondo quanto riportato dai media locali, Rosa Capuano viveva in una condizione di forte dipendenza dal padre, non soltanto sul piano economico, ma anche nella gestione della propria quotidianità.

La donna avrebbe descritto un rapporto nel quale la figura paterna esercitava un ruolo predominante, con una presenza dalla quale faticava a emanciparsi. Una situazione che, secondo quanto emerso nel corso del procedimento, si sarebbe accompagnata al desiderio di conquistare maggiore indipendenza, senza tuttavia riuscire a realizzarla.

È in questo contesto che si colloca la dichiarazione pronunciata dalla donna davanti alla Corte: «Non ce la facevo più». Una frase che restituisce la percezione soggettiva dell’imputata rispetto alla propria situazione familiare, ma che non esaurisce né spiega, da sola, le ragioni di un omicidio maturato all’interno di un rapporto tra padre e figlia.

La confessione ha dunque chiarito la responsabilità materiale dell’imputata, mentre la ricostruzione delle dinamiche personali e familiari resta un elemento distinto, da valutare alla luce delle risultanze processuali. La condanna riconosce infatti la gravità del fatto e la sua premeditazione, senza attribuire automaticamente alle difficoltà del rapporto familiare un valore giustificativo.

Il risarcimento ai tre fratelli

La sentenza ha previsto anche un riconoscimento economico in favore dei familiari della vittima. La Corte ha disposto il pagamento di una provvisionale complessiva di 150mila euro a favore dei tre fratelli di Rosa Capuano, costituitisi nel procedimento: due uomini e una donna.

A ciascuno è stata riconosciuta una somma di 50mila euro. Uno dei fratelli risiede a Suzzara, mentre gli altri due vivono in Campania.

Si chiude così, con una condanna a 25 anni e una confessione arrivata dopo mesi di negazioni, un passaggio giudiziario particolarmente significativo per l’omicidio di Francesco Capuano. Il delitto, avvenuto alla Vigilia di Natale del 2024, aveva trasformato il garage di un condominio in un luogo di morte, coinvolgendo una famiglia in una vicenda che ha trovato soltanto in aula una svolta decisiva.

A distanza di mesi, la figlia ha riconosciuto di essere stata lei a premere il grilletto. Una verità processuale arrivata tardivamente rispetto alle prime dichiarazioni dell’imputata, ma che ha consentito alla Corte di pronunciarsi sulla responsabilità per l’uccisione del padre. Restano i 25 anni di carcere stabiliti dalla sentenza e il dolore di una famiglia chiamata a fare i conti con un omicidio consumato al suo interno.

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