All’alba di oggi, 15 aprile, un nuovo duro colpo è stato inferto alla criminalità organizzata calabrese. I Carabinieri del Comando Provinciale di Vibo Valentia, con il supporto dello Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria e dell’8° Nucleo Elicotteri, hanno eseguito un’operazione su vasta scala che ha interessato nove province italiane, da Sud a Nord: Vibo Valentia, Catanzaro, Cosenza, fino a Torino, Sassari, Teramo, Terni e Viterbo.
Il bilancio è di 15 persone raggiunte da misura cautelare in carcere — cinque delle quali già detenute — su disposizione del G.I.P. del Tribunale di Catanzaro, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Gli indagati sono ritenuti, a vario titolo, gravemente coinvolti in un articolato sistema criminale che comprende associazione mafiosa, omicidio, tentato omicidio, estorsione aggravata dal metodo mafioso e detenzione illegale di armi, anche da guerra.
La faida e il controllo del territorio
L’indagine, lunga e complessa, ha permesso di fare luce su una delle dinamiche più sanguinose della ’ndrangheta vibonese: la contrapposizione tra le cosche Loielo ed Emanuele, entrambe radicate nella locale di Ariola. Una faida che affonda le sue radici nei primi anni Duemila e che ha segnato con il sangue il controllo delle Preserre.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti — sulla base di attività tecniche e delle dichiarazioni di collaboratori di giustizia — il clan Loielo avrebbe tentato di riconquistare il predominio sull’area, perso dopo l’ascesa della famiglia Emanuele, divenuta egemone a partire dal 2002.
Gli omicidi e le vittime innocenti
Tra gli episodi chiave emersi figura l’omicidio di Antonino Zupo, affiliato agli Emanuele, assassinato il 22 settembre 2012. Un delitto che si inserisce in una spirale di violenza culminata anche nel tentato omicidio di Domenico Tassone, avvenuto il 25 ottobre dello stesso anno.
In quell’agguato perse la vita Filippo Ceravolo, giovane completamente estraneo ai contesti criminali, rimasto vittima innocente della guerra tra cosche. Un episodio emblematico della brutalità della faida e delle sue conseguenze sulla popolazione civile.
Le indagini hanno inoltre consentito di ricostruire due precedenti tentativi di omicidio ai danni dello stesso Zupo, segno di una escalation pianificata e progressiva.
Il racket e la pressione sugli imprenditori
Oltre alla violenza armata, l’inchiesta ha documentato una sistematica attività estorsiva. Un imprenditore locale sarebbe stato costretto a versare 20 mila euro, oltre a ulteriori somme periodiche, nelle casse del clan Loielo.
Parallelamente, tre affiliati agli Emanuele avrebbero tentato di imporre il pizzo a una ditta edile impegnata in lavori pubblici nel territorio di Sorianello, confermando il radicamento delle cosche anche nel settore degli appalti.
Armi da guerra e perquisizioni
Nel corso delle indagini sono state sequestrate cinque pistole e sette fucili, tra cui un fucile d’assalto AK-47 Kalashnikov, a testimonianza della capacità militare delle organizzazioni coinvolte.
Contestualmente agli arresti, i militari hanno eseguito numerose perquisizioni nei confronti di altri soggetti ritenuti contigui alla struttura criminale, nel tentativo di disarticolare ulteriormente la rete di supporto ai clan.
Un’indagine ancora aperta
Il procedimento si trova attualmente nella fase delle indagini preliminari. Gli elementi raccolti dovranno essere vagliati nel contraddittorio processuale, ma delineano già un quadro indiziario grave e articolato, capace di restituire l’immagine di una ’ndrangheta ancora profondamente radicata, violenta e capace di estendere i propri tentacoli ben oltre i confini calabresi.
Un’operazione che, ancora una volta, accende i riflettori sulla necessità di mantenere alta la pressione investigativa contro le organizzazioni mafiose, in territori dove il controllo del potere continua a passare attraverso intimidazione, sangue e silenzio.
