2 Ottobre 2026, venerdì
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Italia, la resa dei conti: anche Buffon lascia. “Missione fallita, è giusto farsi da parte”

Dopo l’addio di Gravina, si dimette anche il capodelegazione azzurro. Il fallimento della qualificazione mondiale apre una riflessione profonda sul sistema calcio: “Costruito uno spirito, ma non è bastato”

La crisi della Nazionale azzurra non si ferma ai risultati del campo. Dopo la disfatta di Zenica e le dimissioni del presidente della FIGC Gabriele Gravina, arriva un altro passo indietro pesante: quello di Gianluigi Buffon.

L’ex capitano e simbolo del calcio italiano, oggi capodelegazione, ha annunciato il proprio addio con un messaggio che suona come una presa d’atto lucida e definitiva: la missione affidata alla nuova dirigenza azzurra non è stata compiuta.

Buffon, in realtà, aveva già maturato la decisione subito dopo la sconfitta in Bosnia. Un passo indietro immediato, però, era stato congelato su richiesta interna, per consentire una riflessione più ampia e condivisa. Ora, con l’uscita di scena di Gravina, anche lui sceglie di chiudere il proprio capitolo.

“Mi sento libero di fare ciò che considero un atto di responsabilità”, scrive Buffon. Parole che pesano, perché arrivano da chi, negli ultimi anni, aveva assunto un ruolo di raccordo e identità all’interno del gruppo azzurro.

Il bilancio, però, resta inchiodato all’obiettivo mancato: riportare l’Italia al Mondiale. “Era il traguardo principale. E non ci siamo riusciti”. Una constatazione semplice, quasi spoglia, che racchiude il senso di una delusione sportiva e sistemica.

Il progetto e i limiti

Nel suo messaggio, Buffon non rinnega il lavoro svolto. Anzi, rivendica l’impegno nel costruire una struttura più solida e integrata, insieme allo staff guidato da Gennaro Gattuso e ai collaboratori federali.

Il suo ruolo, spiega, è stato quello di “anello di congiunzione” tra le varie anime del sistema: dalle giovanili fino alla Nazionale maggiore. Un lavoro meno visibile, ma cruciale, orientato a creare continuità tecnica e culturale.

L’obiettivo era ambizioso: ripensare il percorso di crescita dei talenti italiani, costruendo una filiera coerente che accompagnasse i giocatori dalle prime selezioni fino all’élite. Un progetto che guarda al medio e lungo termine, ma che si è scontrato con l’urgenza del risultato immediato.

Meritocrazia e rinnovamento

Buffon sottolinea anche un altro elemento: il tentativo di rinnovare la struttura dirigenziale introducendo figure di esperienza, capaci di affiancare le competenze già presenti.

Una scelta ispirata a criteri di meritocrazia e specializzazione, che avrebbe dovuto rappresentare un cambio di passo nella gestione federale. “Starà a chi di dovere giudicare la bontà di queste scelte”, osserva con equilibrio, evitando polemiche ma lasciando aperta la questione.

Un sistema da rifondare

Le dimissioni di Buffon non sono solo un gesto individuale, ma il segnale di una crisi più ampia. In pochi giorni, la Nazionale perde due figure chiave della propria governance, aprendo uno scenario di totale ridefinizione.

Il fallimento della qualificazione mondiale diventa così il punto di non ritorno per un sistema che ora deve interrogarsi in profondità: sulla formazione dei talenti, sulla struttura organizzativa, sulla visione strategica.

Buffon esce di scena con la consapevolezza di aver contribuito a costruire qualcosa, ma anche con la lucidità di riconoscere che non è bastato.

E nel suo addio, asciutto ma denso, c’è tutta la misura di una crisi che va ben oltre il campo: quella di un calcio italiano chiamato, ancora una volta, a reinventarsi.

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