Si chiude con un’assoluzione il caso giudiziario legato all’abbattimento dell’orso M90, uno degli episodi più controversi degli ultimi anni nel dibattito italiano sulla gestione della fauna selvatica. Il presidente della Provincia autonoma di Trento, Maurizio Fugatti, è stato prosciolto con la formula “il fatto non costituisce reato”, ponendo fine al procedimento penale che lo vedeva imputato per uccisione con crudeltà.
Al centro della vicenda, il decreto con cui era stato disposto l’abbattimento dell’animale, ritenuto pericoloso. Una decisione che aveva suscitato immediate polemiche e acceso un confronto, spesso aspro, tra istituzioni, comunità locali e associazioni animaliste. Proprio sulle modalità dell’uccisione si era concentrata l’accusa, sfociata in un’imputazione coatta: secondo i contestatori, l’operazione sarebbe stata condotta in modo tale da provocare sofferenze evitabili all’orso.
Il tribunale ha però escluso la rilevanza penale della condotta, riconoscendo implicitamente la legittimità dell’azione amministrativa intrapresa dalla Provincia nell’ambito delle misure di sicurezza pubblica. Un passaggio destinato a pesare nel futuro della gestione dei grandi carnivori, soprattutto nelle aree alpine dove la presenza degli orsi è tornata a crescere negli ultimi anni.
Non si placano, tuttavia, le reazioni del mondo animalista. L’Ente nazionale protezione animali (Enpa) annuncia battaglia sul piano etico e culturale: “Aspetteremo di leggere le motivazioni della sentenza – si legge in una nota – ma un punto resta fermo: l’uccisione con crudeltà è avvenuta. In un Paese civile nessuno può essere ucciso provocandogli consapevolmente sofferenze fino all’ultimo respiro”.
Parole che restituiscono la dimensione emotiva e simbolica di una vicenda che ha superato i confini locali, diventando un caso nazionale e internazionale. Per molti cittadini, sottolinea ancora l’associazione, l’abbattimento di M90 rappresenta “una ferita profonda nella coscienza collettiva”, destinata a non rimarginarsi con una pronuncia giudiziaria.
Il verdetto, dunque, chiude il capitolo penale ma non quello politico e sociale. Resta sullo sfondo una questione irrisolta: come conciliare la tutela della sicurezza umana con la protezione della fauna selvatica in un territorio sempre più segnato dalla convivenza, spesso difficile, tra uomo e grandi predatori. Una sfida destinata a tornare al centro del dibattito pubblico.
