3 Luglio 2026, venerdì
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Il processo alla memoria: a Como l’antifascismo finisce alla sbarra

Imputato per aver danneggiato la teca che ricorda Benito Mussolini e Claretta Petacci a Giulino di Mezzegra, il 77enne Cecco Bellosi rivendica un gesto politico: “Ho tolto dei fiori fascisti”. Il 19 giugno la sentenza. Intanto si riaccende il dibattito sulla legittimità di un luogo di memoria che divide l’Italia.

A settantasette anni, con un passato ingombrante e un presente dedicato al reinserimento sociale dei più fragili, Cecco Bellosi si è ritrovato sul banco degli imputati del Tribunale di Como. L’accusa: aver danneggiato, nella notte del 28 aprile 2023, la teca collocata davanti a Villa Belmonte, a Giulino di Mezzegra, che custodisce le fotografie di Benito Mussolini e Claretta Petacci, fucilati proprio lì il 28 aprile 1945.

Una data che è cesura storica e ferita aperta. E che, a ottant’anni dalla Liberazione, continua a interrogare il Paese.

Il gesto e il processo

Secondo l’imputazione, Bellosi avrebbe arrecato danni alla struttura commemorativa. Lui respinge l’accusa di danneggiamento, ma ammette un gesto simbolico: aver rimosso “i fiori che mani fasciste avevano collocato sopra la teca”. Una distinzione che è già linea difensiva e manifesto politico.

Il suo avvocato, Davide Steccanella, nell’aula comasca ha ribaltato il piano della discussione: “Ha tolto i fiori in omaggio a Mussolini il giorno del 28, pensate un po’. Il vero scempio è che ci sia ancora quella struttura che inneggia a un dittatore ed è ancora più uno scempio che vengano messi dei fiori. Un grande gesto di antifascismo, questo ha fatto Bellosi e credo dovremmo farlo tutti”.

Parole che hanno trasformato un procedimento per danneggiamento in un processo alla memoria pubblica e ai suoi confini costituzionali.

Un passato che pesa, un presente che interroga

Bellosi non è un imputato qualunque. Negli anni Settanta fu militante di Potere Operaio e delle Brigate Rosse. Oggi coordina la comunità “Il Gabbiano”, impegnata nel recupero di persone con dipendenze e nel reinserimento lavorativo. Una traiettoria biografica che attraversa le stagioni più buie della Repubblica e approda a un impegno sociale riconosciuto.

In aula sono stati ascoltati tutti i testimoni e lo stesso imputato. Il 19 giugno sono attese le discussioni delle parti e la sentenza. Ma il processo, di fatto, è già uscito dal perimetro giudiziario.

La piazza e la Costituzione

Fuori dal Tribunale, nelle ore precedenti l’udienza, le sezioni locali di Anpi e Arci hanno organizzato un presidio. Cartelli, bandiere, slogan. Non tanto – o non solo – in difesa dell’imputato, quanto contro ciò che quella teca rappresenta.

La questione è giuridica e simbolica insieme: può esistere, nello spazio pubblico della Repubblica nata dalla Resistenza, una struttura che ricorda con modalità percepite come celebrative il capo del regime fascista? È compatibile con lo spirito della Costituzione, che all’articolo XII delle Disposizioni transitorie e finali vieta la riorganizzazione del partito fascista?

La teca di Giulino di Mezzegra non è un monumento ufficiale dello Stato, ma un manufatto collocato in un luogo privato visibile dalla strada, divenuto nel tempo meta di nostalgici e curiosi. Ogni 28 aprile, nel giorno dell’esecuzione, si ripete il rito dei fiori. Ed è proprio su quel rito che si è innestato il gesto di Bellosi.

Memoria o apologia?

Il nodo, allora, è sottile: memoria storica o apologia? Racconto dei fatti o celebrazione di un dittatore?

Il luogo dell’esecuzione è parte della storia nazionale. Ma la forma della sua rappresentazione pubblica può trasformare la memoria in messaggio. E in un Paese dove il fascismo non è solo passato remoto ma oggetto di periodiche ambiguità, il confine diventa ancora più sensibile.

Il processo di Como, in questo senso, è una lente. Non giudica soltanto un presunto danneggiamento materiale; misura la temperatura civile di una comunità. Da una parte il rispetto delle regole e della proprietà; dall’altra la rivendicazione di un antifascismo militante che considera intollerabile ogni segno percepito come omaggio al Ventennio.

Il 19 giugno e oltre

Il 19 giugno il Tribunale pronuncerà la sentenza. Colpevole o innocente, Cecco Bellosi avrà comunque riaperto una discussione che attraversa l’Italia da decenni: come si custodisce la memoria di una dittatura senza trasformarla in nostalgia? E fino a che punto un gesto simbolico può essere considerato reato quando si colloca dentro un conflitto di valori costituzionali?

A ottant’anni dalla fine della guerra civile, la storia continua a chiedere conto al presente. E davanti a una teca di vetro, in un piccolo paese del Comasco, si riflette ancora l’immagine irrisolta del Novecento italiano.

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