La proposta di legge sul congedo paritario obbligatorio si ferma in Aula. Con due votazioni ravvicinate e dai numeri netti, la Camera dei deputati ha di fatto respinto il provvedimento promosso dalle opposizioni, sancendone l’archiviazione senza nemmeno arrivare alla votazione finale.
A determinare lo stop sono stati i due emendamenti soppressivi approvati dall’Assemblea: il primo con 137 voti favorevoli, 117 contrari e due astenuti; il secondo con 136 sì, 111 no e due astenuti. Una maggioranza compatta ha così cancellato gli articoli che componevano il testo, rendendolo privo di contenuto normativo.
A chiarire la portata procedurale del voto è stato il vicepresidente di turno della Camera, Fabio Rampelli, che ha spiegato come “la soppressione di tutti gli articoli di cui si compone il testo equivale alla reiezione del provvedimento nel suo complesso”. Tradotto: niente esame degli ordini del giorno e nessuna votazione finale. Il provvedimento è decaduto direttamente in Aula.
Il tentativo di rinvio e la questione delle coperture
Prima della bocciatura definitiva, le opposizioni avevano tentato un’ultima carta: chiedere il rinvio del testo in commissione per ulteriori approfondimenti, anche alla luce delle osservazioni arrivate dalla Commissione Bilancio. La richiesta è stata respinta con uno scarto di 23 voti, segno di un orientamento già consolidato nella maggioranza.
Il nodo centrale resta quello delle coperture finanziarie. La proposta – sostenuta da tutto il centrosinistra – prevedeva cinque mesi di congedo obbligatorio per ciascun genitore alla nascita del figlio, con un’indennità pari al 100% della retribuzione. Una misura ambiziosa, nelle intenzioni dei promotori, volta a riequilibrare i carichi di cura e a incidere strutturalmente sul divario di genere nel mercato del lavoro.
Secondo la maggioranza, però, l’impatto sui conti pubblici non sarebbe stato adeguatamente compensato. Da qui la scelta di fermare il testo prima ancora di entrare nel merito politico della riforma.
Lo scontro politico: “La paternità non è un optional”
Durissima la reazione del Partito democratico. “Oggi il centrodestra ha bocciato la proposta sul congedo paritario del Pd, sottoscritta da tutto il centrosinistra”, ha dichiarato Alessandro Zan, componente della segreteria nazionale dem.
Zan ha contestato la motivazione economica addotta dalla maggioranza: “Si sono appellati alla mancanza di coperture. Peccato che i soldi per lager vuoti in Albania o per ponti inutili si trovino sempre”. Un affondo politico diretto, che trasforma la vicenda del congedo in terreno di scontro più ampio sulle priorità dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.
Per l’esponente dem, la bocciatura segnala una visione tradizionale dei ruoli familiari: “Evidentemente per loro la paternità è un optional. Dicono di difendere la famiglia, ma quando c’è da investire sui padri e sulla parità genitoriale trovano il modo di tirarsi indietro”.
Il tema, sottolineano le opposizioni, non riguarda solo la sfera privata ma l’assetto del mercato del lavoro: negare un congedo strutturato e pienamente retribuito ai padri significherebbe continuare a concentrare sulle madri la gran parte dei carichi di cura, con effetti diretti sulla continuità occupazionale e sulle prospettive di carriera delle donne.
Un dibattito destinato a riaprirsi
La bocciatura non chiude il dossier. Il congedo paritario resta uno dei nodi centrali delle politiche per la natalità e per la parità di genere, temi che attraversano tanto il dibattito parlamentare quanto le strategie europee sul lavoro e sulla conciliazione vita–impiego.
Per ora, però, la maggioranza ha scelto la linea dello stop, trasformando una proposta di riforma in un nuovo fronte di contrapposizione ideologica. Il risultato è un’Aula divisa e un provvedimento che esce di scena prima ancora di essere votato nella sua interezza. Ma la partita politica – e culturale – sul ruolo dei padri e sull’equilibrio dei diritti genitoriali è tutt’altro che archiviata.
