A cura di Peppe Iannicelli
Spegniamolo. Senza esitazioni, senza compromessi, senza l’ennesimo tavolo tecnico che rinvia il problema. Spegniamo il VAR prima che finisca di consumare ciò che resta dell’elemento più prezioso del calcio: la passione.
Perché il punto non è più la tecnologia in sé. È ciò che la sua applicazione ha prodotto: esultanze congelate, stadi trattenuti in apnea, giocatori che non sanno se correre sotto la curva o aspettare il verdetto di una sala di controllo. Il gol — l’atto fondativo del calcio — è diventato un evento a scadenza condizionata. Un coitus interruptus emotivo che attende la sentenza televisiva prima di essere celebrato.
Il VAR era nato con una missione circoscritta: intervenire su errori chiari ed evidenti. Un perimetro semplice, condivisibile, quasi incontestabile. Oggi quel perimetro è stato abbattuto. L’intervento è diventato pervasivo, l’interpretazione elastica, il protocollo opaco perfino agli addetti ai lavori più preparati. Non c’è più certezza né coerenza. C’è casistica. C’è discrezionalità. C’è un uso intermittente che cambia da partita a partita, da episodio a episodio, da campionato a campionato.
Il risultato è una spirale paradossale: lo strumento nato per ridurre gli errori ha moltiplicato le controversie. Ogni decisione è accompagnata da una moviola infinita, da un controcampo, da un frame ingrandito fino alla scomposizione atomica del contatto. La partita si frantuma in segmenti analitici. Il flusso si interrompe. Il pathos evapora.
Ma il danno più profondo è culturale. Il VAR ha progressivamente delegittimato l’arbitro in campo. L’autorità del direttore di gara, figura centrale e simbolica del gioco, è stata erosa dall’idea che la “verità” risieda altrove, in una stanza silenziosa dove le immagini vengono scomposte e riassemblate. L’arbitro non decide più: attende conferme, suggerimenti, rettifiche. La sua autonomia si è trasformata in subordinazione tecnologica.
Si dirà: è il prezzo della modernità. È l’evoluzione inevitabile di uno sport miliardario. È la ricerca della giustizia. Ma quale giustizia è quella che necessita di minuti e minuti di analisi per stabilire se un tallone sia oltre la linea di un centimetro? Quale equità produce un sistema che continua a generare interpretazioni divergenti anche davanti allo stesso replay?
Il calcio non è un laboratorio forense. È un gioco. Un gioco complesso, imperfetto, umano. L’errore arbitrale — purché inserito in un quadro di competenza, preparazione e buona fede — ha sempre fatto parte della sua narrazione. Ha alimentato rivalità, polemiche, racconti epici. Ancora oggi si discute del celebre “fuorigioco di Turone” in Juventus-Roma: un episodio rimasto nella memoria collettiva, capace di attraversare generazioni senza bisogno di un software di tracciamento.
Oggi, invece, non restano racconti ma dissezioni. Non restano leggende ma diagrammi. Non restano polemiche creative ma verbali tecnici.
È arrivato il momento di fermarsi. Non per negare la tecnologia in assoluto, ma per riconoscere il fallimento della sua applicazione attuale. Serve una sospensione. Un azzeramento. Una rifondazione.
Si convochino gli Stati Generali del Calcio: arbitri, calciatori, allenatori, dirigenti, proprietari, giornalisti, tifosi. Tutti. Non per una generica riflessione, ma per un’assunzione collettiva di responsabilità. Si compia una vera autocritica sugli errori di questi anni. E si riscriva una Carta costituzionale del VAR: poche regole, chiarissime, comprensibili a chiunque sieda sugli spalti o davanti a uno schermo. Un protocollo minimo, limitato a casi davvero macroscopici. Tutto il resto torni alla valutazione dell’arbitro.
Fino a quel momento, meglio il silenzio tecnologico. Meglio il rischio dell’errore umano che la certezza della sospensione emotiva. Meglio una decisione immediata — anche contestabile — che un’attesa interminabile che svuota l’istante della sua potenza.
Il calcio ha bisogno di ritmo, di spontaneità, di imperfezione. Ha bisogno di discussioni accese al bar, non di perizie digitali. Ha bisogno di gol che esplodano senza asterischi.
Spegniamo il VAR. E torniamo a giocare.
