14 Luglio 2026, martedì
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Rogoredo, l’ombra della messinscena

Dalle nuove audizioni in Questura emerge un quadro che smentisce la prima versione: la pistola a salve della vittima sarebbe comparsa dopo. Per l’assistente capo si consolida l’ipotesi di omicidio volontario

Non più una reazione istintiva davanti a una minaccia improvvisa, ma una dinamica opaca, fatta di omissioni, ritardi e possibili manipolazioni della scena. Nell’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, a Milano, l’ipotesi dell’omicidio volontario prende ora un peso diverso e più consistente.

Il fascicolo, coordinato dal pubblico ministero Giovanni Tarzia, si arricchisce di nuovi elementi emersi dagli interrogatori dei quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Le loro dichiarazioni — rese negli uffici della Questura — avrebbero restituito un quadro profondamente diverso rispetto alla prima versione dei fatti. E al centro delle contraddizioni resta la figura dell’assistente capo Carmelo Cinturrino, 42 anni, in servizio presso la squadra investigativa del commissariato Mecenate, oggi indagato per omicidio volontario e omissione di soccorso.

La prima versione e i suoi vuoti

Nelle ore immediatamente successive alla sparatoria, la ricostruzione fornita parlava di legittima difesa. Secondo quanto riferito allora, Mansouri — ritenuto vicino a un gruppo familiare attivo nello spaccio nell’area di Rogoredo — avrebbe impugnato un’arma, inducendo l’agente a sparare.

Ma già nei primi atti investigativi erano emerse zone d’ombra: chi fosse presente esattamente sulla scena, quali movimenti avessero compiuto gli agenti nei minuti precedenti e successivi allo sparo, quanto tempo fosse trascorso prima di allertare i soccorsi. Interrogativi rimasti sospesi fino alle nuove audizioni.

Dalle dichiarazioni rese davanti al magistrato sarebbe emerso che i quattro colleghi, sentiti nell’immediatezza, non avrebbero raccontato l’intera verità. In particolare, avrebbero taciuto o fornito versioni incomplete sulla presenza di altri soggetti nel boschetto, sulla disposizione reciproca degli agenti e sui tempi effettivi dei soccorsi. Dettagli che, se confermati, incidono direttamente sulla credibilità della tesi difensiva.

L’arma “comparsa” dopo

Il punto più delicato riguarda la pistola a salve — una replica di Beretta 92 con tappo rosso — attribuita a Mansouri. Nella versione iniziale, l’arma sarebbe stata impugnata dal giovane, giustificando la reazione armata del poliziotto. Ora però si fa strada un’ipotesi diversa: la replica potrebbe non essere mai stata brandita dalla vittima e sarebbe stata collocata sulla scena in un secondo momento.

Una circostanza che, se accertata, trasformerebbe radicalmente il perimetro giuridico del caso. Non più una reazione difensiva, ma un uso illegittimo dell’arma seguito da un tentativo di ricostruzione artificiosa dei fatti.

Le nuove dichiarazioni dei colleghi avrebbero fornito riscontri a questa prospettiva, delineando una gestione “non trasparente” delle operazioni antidroga da parte del 42enne. Un cambio di narrazione che rafforza le tesi sostenute fin dall’inizio dai legali della famiglia Mansouri, i quali avevano parlato apertamente di possibile messinscena.

Il nodo dei soccorsi

Altro capitolo cruciale è quello dei tempi di intervento sanitario. Gli inquirenti stanno verificando quanto tempo sia effettivamente trascorso tra lo sparo e la richiesta di aiuto. L’eventuale ritardo nell’allertare il 118 potrebbe aggravare ulteriormente la posizione degli indagati, non solo sotto il profilo penale ma anche disciplinare.

In casi come questo, la sequenza temporale è decisiva: pochi minuti possono segnare la differenza tra una dinamica concitata e un comportamento omissivo consapevole.

La prova genetica

Determinanti saranno ora gli accertamenti tecnici. In particolare, l’esame genetico sull’arma a salve potrà chiarire se vi siano tracce biologiche riconducibili alla vittima o ad altri soggetti. L’assenza di impronte o DNA compatibili con Mansouri rafforzerebbe ulteriormente l’ipotesi di un’alterazione della scena.

La genetica forense diventa così il banco di prova oggettivo di una vicenda finora segnata da versioni contrastanti e progressive rettifiche.

Un caso simbolo

Il boschetto di Rogoredo — già teatro negli anni di emergenze legate allo spaccio e al degrado — torna al centro di una vicenda che intreccia sicurezza, uso della forza e fiducia nelle istituzioni. Se l’ipotesi dell’omicidio volontario dovesse trovare conferma, il caso assumerebbe una portata che va oltre il singolo episodio, toccando il delicato equilibrio tra azione repressiva e rispetto delle regole.

Per ora restano le indagini, le perizie e un fascicolo che si appesantisce. Ma soprattutto resta una domanda che pesa come un macigno: cosa è accaduto davvero, in quei minuti nel bosco di Rogoredo?

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