5 Luglio 2026, domenica
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Mosca rilancia: “Dopo la guerra, l’Ucraina sotto tutela Onu”

Il vice ministro degli Esteri Mikhail Galuzin riprende una proposta avanzata da Vladimir Putin nel marzo 2025: amministrazione internazionale a conflitto concluso. Intanto nuovi incendi a Odessa e nel Krasnodar riaccendono il fronte militare.

Il Cremlino rimette sul tavolo un’ipotesi destinata a far discutere la comunità internazionale: una governance esterna dell’Ucraina sotto l’egida delle Nazioni Unite, da attuare – precisa Mosca – al termine dell’“operazione militare speciale”. A rilanciare la proposta è stato il vice ministro degli Esteri russo, Mikhail Galuzin, che ha ribadito la disponibilità della Russia a discuterne con altri Paesi.

«L’idea non è nuova», ha sottolineato Galuzin, richiamando esplicitamente quanto affermato nel marzo 2025 dal presidente Vladimir Putin. In quell’occasione, il capo del Cremlino aveva indicato l’istituzione di un’amministrazione esterna sotto l’ombrello delle Nazioni Unite come una delle opzioni possibili per l’Ucraina, nel caso in cui la situazione lo avesse richiesto.

La riproposizione pubblica di quella linea segnala un duplice obiettivo politico: da un lato, riaffermare che per Mosca la fine del conflitto non coinciderà automaticamente con il ripristino dell’assetto statale precedente; dall’altro, tentare di spostare il baricentro del negoziato su un piano multilaterale, coinvolgendo formalmente l’Onu. Una mossa che, nelle intenzioni russe, potrebbe presentarsi come soluzione “internazionalizzata” a un conflitto che ha ormai assunto dimensioni globali.

La posta in gioco diplomatica

L’ipotesi di una governance Onu, tuttavia, apre interrogativi giuridici e politici di vasta portata. Un’amministrazione internazionale presupporrebbe il consenso delle parti e un mandato del Consiglio di Sicurezza, dove la Russia stessa detiene diritto di veto. Inoltre, significherebbe ridefinire – almeno temporaneamente – la sovranità ucraina, un punto che Kiev e i suoi alleati occidentali hanno finora considerato intangibile.

Sul piano diplomatico, la dichiarazione di Galuzin sembra voler accreditare l’immagine di una Russia pronta al dialogo, pur mantenendo ferma la narrativa dell’“operazione militare speciale”. In altre parole, Mosca si dice disponibile a discutere l’assetto del dopoguerra, ma solo dopo aver raggiunto i propri obiettivi strategici sul terreno.

Il fronte resta acceso

Mentre il Cremlino evoca scenari postbellici, la guerra continua a produrre danni e tensioni. Nella regione di Odessa, nel sud dell’Ucraina, vasti incendi hanno colpito infrastrutture civili. Secondo il servizio di emergenza statale ucraino, non si registrano vittime, ma un impianto ferroviario è stato danneggiato e, in un secondo attacco, un serbatoio di carburante ha preso fuoco. Colpire nodi logistici e depositi energetici resta una costante della strategia militare volta a indebolire le capacità di approvvigionamento e trasporto.

Sul versante russo, il governatore del territorio di Krasnodar, Veniamin Kondratyev, ha denunciato un «attacco massiccio» alla regione. Nel villaggio di Volna, nel distretto di Temryuk, un serbatoio di prodotti petroliferi avrebbe preso fuoco a causa dei detriti di un drone abbattuto. Anche in questo caso, le autorità hanno escluso vittime, senza però fornire una stima dettagliata dei danni.

Tra diplomazia e guerra

Il rilancio dell’idea di una tutela Onu si inserisce in un contesto in cui le operazioni militari e la retorica politica procedono in parallelo. Da un lato, Mosca evoca un possibile quadro di amministrazione internazionale; dall’altro, gli scambi di attacchi a infrastrutture strategiche dimostrano che il conflitto è ben lontano da una fase di de-escalation.

L’impressione è che il Cremlino stia cercando di definire fin d’ora l’architettura del dopoguerra, proponendo una soluzione che, pur formalmente multilaterale, lascerebbe alla Russia un ruolo decisivo nella ridefinizione dell’assetto ucraino. Resta da capire se la comunità internazionale, e in particolare Kiev, siano disposte anche solo ad aprire un confronto su uno scenario che tocca il cuore stesso della sovranità nazionale.

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