A cura di Gilberto Borzini
La Borsa del Turismo di Milano è l’ennesima occasione sprecata e la dimostrazione della lentezza degli apparati pubblici a conformarsi al cambiamento della comunicazione avviato dalla tecnologia.
Due padiglioni in cui si manifesta la scomparsa, praticamente totale, di albergatori, vettori e catene alberghiere, scomparsa a cui si affianca quella del turismo organizzato e la totale assenza di OTA, le grandi piattaforme online del turismo.
Grande, invece, la presenza e lo spazio dedicato alle Regioni italiane, che si ostinano a produrre, unitamente alle amministrazioni di secondo livello, province e comuni, tonnellate di depliant destinati palesemente al macero.
Con le tonnellate di depliant si muovono decine di personaggi che lavorativamente si posizionano “in missione”, producendo altre vagonate di costi, costi che, considerando i prezzi alberghieri della Milano Olimpica, sono decisamente stellari.
Assessori, direttori, vicedirettori, segretarie, impiegati, addetti vari, uffici stampa e amici degli amici definiscono allegre combriccole in gita di piacere pagata, ovviamente, dal contribuente.
Ma se fosse solo questo il problema, saremmo a cavallo. Invece…
Dagli Appendini alle Ante
Significativa l’assenza delle grandi catene alberghiere internazionali, assenza che indica sia la scomparsa tra il pubblico del cosiddetto “trade” (tour operator e agenti di viaggio dediti al business travel), sia dei “buyer” e dei travel manager aziendali.
Le relazioni commerciali delle grandi catene alberghiere, così come dei principali vettori aerei, si definiscono attraverso campagne di visibilità diffuse online, con un brand marketing insistito e campagne di fidelizzazione personalizzate. Il mercato del travel trade si è spostato, armi e bagagli, sulla rete, e di spendere soldi o perdere tempo in una fiera che non darebbe profittabilità non ha voglia nessuno.
Scomparsi, allo stesso modo, gli alberghi di lusso, lasciando eventualmente spazio a strutture presenti in comprensori territoriali definiti, appartenenti prevalentemente a quelle forme della pubblica amministrazione che aprono al “mercato operativo” la possibilità di partecipazione: in questo modo l’amministrazione si afferma “virtuosa”, scaricando alcuni costi sui privati che partecipano, ma è lecito dubitare della valenza commerciale del tutto, data la manifesta scarsità di visitatori professionali.
Siamo seri, non giochiamo!
Una manifestazione paludata e antica nella concezione non può certamente ospitare un segmento trainante del turismo attuale, quello dei parchi tematici: vere industrie territoriali che occupano ognuna decine, se non centinaia, di addetti e muovono centinaia di migliaia di visitatori ogni anno.
Non parlo solo dei parchi tematici più famosi, Eurodisney piuttosto che Gardaland, ma delle decine di parchi minori, acquatici o zoosafari.
Assenti i parchi e assenti i musei, quella straordinaria e preziosa quantità di musei territoriali che faticosamente conservano e mostrano con orgoglio le tradizioni e le arti locali.
I Turbamenti del Turismo
Non basta che a capo della cosiddetta industria del turismo vi sia una signora indagata dalla magistratura per non poche argomentazioni, e non basta che le dinamiche della comunicazione del turismo passino, appunto, da quegli uffici in cui ad altre gatte da pelare bisogna dare ascolto: la scarsità dei “buyer” internazionali è l’elemento più concreto che definisce il cambiamento radicale intervenuto in pochissimi anni in campo turistico.
In un settore in cui l’orientamento del mercato si posiziona sempre più rapidamente verso l’acquisto online dei servizi turistici (trasporto, soggiorni e servizi connessi), lo spazio dedicato alla cosiddetta “innovazione” era limitato e poco significativo, indice questo di due elementi convergenti: la scarsa propensione della fiera ad aprire al turismo online e, soprattutto, la consapevolezza di chi opera online dell’inutilità nel partecipare a una manifestazione fieristica scollegata dalle dinamiche essenziali dell’online stesso.
Tra presunzione e realtà
Appaiono evidenti alcuni elementi non secondari.
Gli enti locali sono convinti che basti affermare la denominazione della località per entusiasmare il mercato e precipitare i potenziali visitatori nel consultare le offerte proposte dal territorio.
In una nazione in cui le competenze geografiche sono piuttosto carenti, tentare di affermarsi partendo dalla propria denominazione è un atto di superbia che merita il castigo divino.
In un tempo in cui è acclarato che alla base di una scelta di consumo si trovano le motivazioni, chi persiste a basarsi sulla denominazione ha perso prima ancora di avviare il gioco.
Cosa serve, allora?
Se una fiera del turismo deve essere limitata a un’offerta di turismi territoriali italiani, allora o le si cambia nome — VisitItaly la capirebbe anche un bambino — o le si cambia format.
Ma soprattutto, se l’ipotesi di lavoro è il sostegno al turismo ricettivo italiano, perché non tradurre il tutto in una piattaforma permanente? Una fiera online, in cui le offerte possano essere modificate in tempo reale, quando necessario, e in cui gli eventuali buyer possano comodamente trovare indicazioni e soluzioni digitando appropriate query.
Ovviamente Confcommercio ed Ente Fiera non accetteranno mai un’ipotesi del genere, ma quello che indico è il futuro del turismo italiano, e se non fossimo così resistenti al cambiamento sarebbe già il presente.
