LA RIFLESSIONE
A cura di Gilberto Borzini
La prima riguarda l’Unione Europea e la sua costante tendenza al terrorismo mediatico: dalle provviste in caso di conflitto nucleare alla ventilata riduzione dei consumi energetici, passando per il suggerimento di tenere in tasca un centinaio di euro nel caso in cui un attacco hacker mandasse in tilt le reti bancarie.
L’incapacità politica dei vertici europei si traduce in queste minacce rivolte al popolo elettore, definendo con chiarezza come tale incapacità si regga sulla paura, sparsa a piene mani attraverso media ormai tutti compiacenti (un tempo si parlava di “leccaculismo”, ma il lessico muta e si trasforma).
Il secondo bluff riguarda invece gli USA e la partita che si sta giocando in Medio Oriente. Dopo aver tuonato minacce da Armageddon e da “soluzione finale”, il presidente americano sembra improvvisamente acquietarsi e accettare di discutere le clausole di pace proposte dall’avversario.
Qualcuno sostiene che i consulenti del POTUS abbiano fatto notare come, nelle condizioni militari attuali, le opzioni siano due: o ricorrere all’atomica (sic!) oppure, se si vogliono mettere gli scarponi sul terreno, impiegare truppe almeno decuplicate rispetto alle attuali, o attendere la fine dei lavori di riparazione della portaerei Gerald Ford, ancora ferma nel Mare Adriatico. Così Trump accetta una tregua di due settimane, il tempo necessario per completare i lavori e mettere insieme qualche migliaio di soldati da inviare in un territorio manifestamente complesso e ostile, non troppo diverso dall’Afghanistan in termini geografici.
I due bluff, infine, coincidono e collimano nelle conseguenze per l’Unione Europea, vero obiettivo di conquista — o meglio, di riconquista — statunitense. Ciò sarebbe confermato dalla visita a Orbán da parte del Vice POTUS, avvenuta in piena fase di rush finale elettorale in Ungheria. Sostenendo Orbán, e per suo tramite le forze meno europeiste attive nel continente, e approvando il fatto che l’Ungheria mantenga gli approvvigionamenti energetici dalla Russia putiniana, gli USA colpiscono frontalmente la Commissione guidata da von der Leyen e scuotono alle fondamenta il Parlamento europeo.
Obiettivo dichiarato da POTUS e Vice POTUS sarebbe quello di sottomettere l’UE alla visione geopolitica a stelle e strisce: rendere il continente un mercato privilegiato per le esportazioni USA (ribaltando la precedente relazione commerciale ed economica), imporre l’acquisto di armamenti ed energia dagli Stati Uniti e ridurre al massimo i costi relativi alla presenza militare statunitense sul territorio, nonché i contributi all’alleanza NATO.
Se la tregua mediorientale reggerà — cosa di cui chi scrive dubita fortemente — POTUS avrà politicamente ottenuto un pareggio, affermando da un lato la capacità di pressione esercitata dai bombardamenti, ma ricevendo dall’altro una rafforzata politica fondamentalista iraniana.
Se invece la tregua dovesse fallire — eventualità suggerita dai bombardamenti israeliani sul Libano — allora potrebbe prevalere Teheran, dimostrando come sia possibile tenere testa al gigante americano attraverso un’organizzazione politica efficiente e una strategia militare efficace. Un elemento che potrebbe vivacizzare altre aree islamiche ideologicamente e politicamente ostili agli USA.
Comunque vada a finire, a perdere sarà l’Europa, destinata a vivere una stagione di strangolamenti economici, energetici e sistemici, almeno fino a quando — a Dio piacendo — non cambierà il vertice politico del continente, riavviando una nuova forma di relazione con il mondo reale, oggi definito da un nuovo “multi-imperialismo” esercitato da Cina, Russia e Stati Uniti.
