2 Luglio 2026, giovedì
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Milano, 76 coltellate per uccidere Pamela Genini: la ferocia oltre ogni limite

La relazione autoptica riscrive l’orrore: non trenta ma settantasei fendenti. L’ex compagno a giudizio con rito abbreviato per omicidio pluriaggravato

Non trenta coltellate, come inizialmente ipotizzato, ma settantasei. Un numero che trasforma un femminicidio già brutale in una sequenza di violenza quasi inimmaginabile. È questo il dettaglio più sconvolgente emerso dalla relazione definitiva dell’autopsia su Pamela Genini, la modella di 29 anni uccisa la sera del 14 ottobre scorso nel suo appartamento di Milano.

Il documento, depositato nelle scorse settimane, restituisce un quadro ancora più drammatico dell’aggressione, confermando la dinamica di un attacco prolungato e accanito. A colpire è stato l’ex fidanzato, Gianluca Soncin, 53 anni, per il quale la Procura ha chiesto il giudizio con rito abbreviato.

Le accuse sono tra le più gravi: omicidio volontario pluriaggravato. Contestate la premeditazione, i futili motivi, la crudeltà e il legame affettivo ormai concluso tra vittima e carnefice. Cade invece l’aggravante dello stalking, inizialmente ipotizzata nella fase cautelare.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Soncin non aveva mai accettato la fine della relazione. Un rifiuto trasformato in ossessione, fino alla decisione di procurarsi una copia delle chiavi dell’appartamento della donna. Quella sera si è introdotto nell’abitazione di via Iglesias, nel quartiere Gorla, già armato di un coltello a serramanico.

L’incontro si sarebbe trasformato rapidamente in un confronto senza via d’uscita. Di fronte all’ennesima conferma della volontà della donna di non tornare con lui, l’uomo ha iniziato a colpirla. Una furia cieca, reiterata, che l’autopsia oggi quantifica con precisione chirurgica: settantasei fendenti.

A lanciare l’allarme è stato un amico della vittima, Francesco Dolci, che ha contattato le forze dell’ordine preoccupato per la situazione. Gli agenti sono arrivati sul posto quando Pamela Genini era ancora in vita. Un dettaglio che rende ancora più tragico il finale: secondo quanto ricostruito, Soncin avrebbe inferto i colpi mortali proprio mentre la polizia si preparava a entrare nell’appartamento.

Una scena che cristallizza l’escalation di violenza in un tempo sospeso tra il tentativo di salvezza e la sua definitiva negazione.

Il procedimento ora proseguirà nelle forme del rito abbreviato, mentre la città resta a fare i conti con un delitto che, nei suoi contorni sempre più definiti, continua a interrogare sul tema della violenza nelle relazioni e sull’incapacità, ancora troppo diffusa, di accettare la fine di un legame.

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